Comunicati.net - Comunicati pubblicati - Alessia Mocci Comunicati.net - Comunicati pubblicati - Alessia Mocci Thu, 25 Feb 2021 00:41:59 +0100 Zend_Feed_Writer 1.12.20 (http://framework.zend.com) http://zend.comunicati.net/utenti/11003/1 Io, l’Amante: il corto prodotto da Rupe Mutevole e tratto dal libro di Roberta Savelli, finalista al Lamezia International Film Festival 2020 Mon, 14 Dec 2020 11:25:49 +0100 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/cinema/678044.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/cinema/678044.html Alessia Mocci Alessia Mocci

Ero poco più di una bambina, ma avevo le idee chiare. Il mio atteggiamento deve avervi incuriosito, intrigato: ma chi era questa ragazzina, dal corpo voluttuoso di donna, che osava rifiutare i vostri fiori, i vostri inviti – quasi ordini – portati da un cortigiano? La mia famiglia in quel periodo fingeva di non sapere, di non vedere, con l’acquiescenza tipica verso i potenti, che forse mio padre se fosse vissuto non avrebbe avuto.” – tratto da “Io, l’Amante”

“Io, l’Amante – Pensieri segreti della puta che amò un principe, posò per un genio. E divenne immortale” di Roberta Savelli è stato pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana editoriale Le relazioni.

Sin da subito, per la sua originalità, ha avuto importanti riconoscimenti quali unico libro di narrativa incluso nell’ambito delle celebrazioni del 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci.

Il cortometraggio ispirato al libro è stato diretto da Mauro Salvi con le musiche originali di Mark Drusco, prodotto dalla stessa casa editrice Rupe Mutevole ha avuto il riconoscimento ufficiale di finalista per la sezione Colpo d’occhio del Lamezia International Film Festival 2020 a cui sarà possibile partecipare come spettatori, previa registrazione per e-mail, dall’11 al 19 dicembre 2020 direttamente sul sito del Festival.

Il cortometraggio “Io, l’Amante” vede come protagonista l’attrice Eva Immediato (Cecilia Gallerani) e con Ugo Nasi (Ludovico il Moro), Mario Lucarelli (Leonardo da Vinci) e Veronica Sarperi (Dorina).

Il Lamezia International Film Festival (LIFF) nasce nel 2007 e sin dalla prima edizione ha avuto come scopo principale quello di mettere al centro del suo interesse gli esordi eccellenti del cinema italiano: opere prime dei registi, degli attori, dei musicisti.

Negli anni si è allargato sino ad avere sette differenti sezioni di partecipazione: Esordi d’autore, Colpo d’occhio, Visioni notturne, Monoscopio, L’ora del cinema, Premio Paolo Villaggio ed il Premio Carl Theodor Dreyer.

La sezione Colpo d’occhio è nata nel 2016 ed è curata dal regista Mario Vitale, mette in evidenza il talento delle generazioni di cenasti selezionando cortometraggi di registi esordienti od emergenti.

L’autrice racconta, in un’intervista, di Cecilia Gallerani (Milano, 1473 – San Giovanni in Croce, 1533) la protagonista del suo libro:

Cecilia affascinò Ludovico non solo per la sua bellezza, ma anche per la sua cultura, assolutamente non comune all’epoca, neppure fra le dame di alto lignaggio.

La Gallerani ebbe un posto particolare nel cuore del Moro anche quando il loro rapporto finì e l’amore si trasformò in stima e rispetto reciproco.

Non sappiamo con precisione quando Ludovico conobbe la Gallerani. Sappiamo però che ella, giovanissima, firmò nel 1489 insieme ad alcuni dei fratelli una petizione a quello che sarebbe diventato il signore di Milano dopo la morte del nipote, ma che lo era già di fatto, volta ad ottenere la restituzione di alcuni terreni confiscati dallo stato quand’era ancora vivo il padre Fazio.

All’epoca Cecilia non risultava più abitante con la famiglia e quindi si può supporre che avesse già iniziato la relazione con il Moro. Inutile dire che quelle proprietà furono restituite...

Roberta Savelli è nata a Volterra (PI), città a cui è legatissima, anche se attualmente risiede in Abruzzo. Laureata a Firenze in Lettere e Storia dell’Arte, ha ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali in campo letterario, tra cui prestigioso il 1° Premio assoluto nel concorso “Voci” Roma 2018.

Ha pubblicato varie raccolte di liriche tra cui “L’Anima allo specchio” (1983 Zappacosta, Chieti), “L’Ombra della Sera” (1986, Seledizioni, Bologna), “Alla ricerca di Atlantide” (1996, Agostino Pensa Editore, Terni), “Il respiro degli dèi” (2009, Agostino Pensa Editore Terni). Due sono i libri di narrativa dati alle stampe: “Il matto – Storia della bambina che non sapeva volare” (2017, Agostino Pensa Editore, Terni), “Io, l’amante – Pensieri segreti della puta che amò un principe, posò per un genio. E divenne immortale” (2018, Rupe Mutevole Edizioni).

Mauro Salvi nasce a Chiavari (Ge) nel 1953. È regista di film, sceneggiatore e scrittore. Con lo pseudonimo di Mark Drusco è compositore di musiche per film dal 1995 e fondatore nel 2010 della corrente musicale “Harmony Haiku”.

Esordisce come regista nel 2000, col film “The Doors of the Unknown”. Dal 2002 al 2004 dirige i film “The Way of Beauty”, “Downight”, “Women in Magic”. Nel 2019 e 2020 dirige i cortometraggi “Io, l’Amante” e “Il Viaggio di un’Anima”.

Rupe Mutevole Edizioni, fondata nel 2004 dall’editrice Cristina Del Torchio, scelse un villaggio sui monti dell’Appennino ligure-emiliano come sede e luogo dell’attività editoriale. Fu una scelta controcorrente e innovativa, caratterizzata dalla necessità di sbarazzarsi dell’abusato luogo comune che impone la città come unico centro produttivo di una casa editrice. Il motto è di cercare nuovi ritmi, nuove propulsioni, nuovi entusiasmi e Rupe Mutevole li trova fra gli spazi aperti, fra i boschi di castagni, sulle rupi e montagne che circondano il villaggio.

 

Info

Acquista il libro “Io, l’Amante”

https://www.reteimprese.it/pro_A40124B368553   

Segui il LIFF

https://lameziainternationalfilmfest.wordpress.com/

Leggi l'intervista a Roberta Savelli 

https://oubliettemagazine.com/2020/03/06/intervista-di-alessia-mocci-a-roberta-savelli-vi-presentiamo-io-lamante/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/12/12/io-lamante-il-corto-prodotto-da-rupe-mutevole-e-tratto-dal-libro-di-roberta-savelli-finalista-al-lamezia-international-film-festival-2020/

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Vincitori e Finalisti del Concorso nazionale Sei autori in cerca di editore 2020 Thu, 10 Dec 2020 13:51:06 +0100 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/677476.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/677476.html Alessia Mocci Alessia Mocci  

 

 Si è conclusa il 31 ottobre 2020 a mezzanotte la possibilità di partecipare alla prima edizione del Concorso nazionale di poesia e prosa “Sei autori in cerca di editore” promossa dalla casa editrice siciliana Tomarchio Editore, in collaborazione con il portale web Oubliette Magazine e da Sicilia Spedizioni di Franco Maria Rita. Il concorso è stato patrocinato dal Comune di Piedimonte Etneo.

 

Suddiviso in due categorie (poesia e racconti), il concorso prevedeva la partecipazione gratuita per autori ed autrici, ed in palio come premio la pubblicazione per dodici vincitori (sei per ogni antologia).

Le due antologie “Sei” saranno inviate ai vincitori nel mese di dicembre 2020 e, per i lettori, sarà presente nel sito della casa editrice il link per acquistarle.

I ventiquattro finalisti sono stati avvertiti precedentemente via e-mail nel mese di novembre.

Di seguito sono presentati i nomi di tutti i finalisti, si coglie l’occasione per ringraziare tutti i partecipanti. Il Concorso nazionale di poesia e prosa “Sei autori in cerca di editore” vi dà appuntamento all’anno prossimo con la seconda edizione, e la casa editrice Tomarchio Editore vi dà appuntamento al mese di gennaio con una novità letteraria.

FINALISTI SEZIONE POESIA

Antonella Riccardi

Arianna Di Presa

Bogdana Trivak

Pablo Giovanni Bonsignori

Dispositivo Sensibile

Gabriella Mantovani

Maria Rosaria Teni

Roberto Chimenti

Sergio Borghi

Teresa Stringa

Vincenzo Princi

Alberto Zingales

FINALISTI SEZIONE RACCONTI

Aldo Cavallo

Antonio Di Bianco

Luigi Belviso

Pina Rinaldi

Roberta Sgrò

Riccardo Garbetta

Silverio Scognamiglio

Stefano Pioli

Tiziana Iannantuoni

Tiziana Topa

Valentina Casadei

Vincenzo Patierno

 

Ed ecco i vincitori delle due categorie del Concorso nazionale di poesia e prosa “Sei autori in cerca di editore”.

VINCITORI SEZIONE POESIA

Squarci di lucida trasparenza/ fluida e sfuggente/ come la luce del giorno

dalla lirica “Omaggio al genio della luce: Caravaggio” di Arianna Di Presa

 

Specchio sciolto,/ Luce tremula/ Tintinnante di/ Parole velate/ Sarà l'ombra/ Svelatoria o/ Sole nella Luna

dalla lirica “Sole nella Luna” di Bogdana Trivak

 

Padre senti la mia voce,/ non ti sei mai arreso./ Alcune persone ti dicevano/ di lasciarmi perdere gli studi./ Non li hai ascoltati./ Hai ascoltato il tuo cuore.

dalla lirica “A mio padre” di Pablo Giovanni Bonsignori

 

Lieve carezza,/ uno sguardo pieno di dolcezza/ intenerisce il cuore,/ alimenta il sorriso,/ intiepidisce e leviga

dalla lirica “Tenerezza” di Gabriella Mantovani

 

Ho visto l’onda cancellare l’orma/ nel ritorno senza fine dell’eterno./ Ho visto l’umile lacrima lambire occhi

dalla lirica “Ho visto” di Maria Rosaria Teni

 

La bellezza scorre nelle vene del creato,/ la bellezza come dolce piuma/ blandisce,

dalla lirica “La bellezza” di Alberto Zingales

VINCITORI SEZIONE RACCONTI

Quaranta anni portati piuttosto bene a dispetto di una vita non avara di tristezze e sogni infranti. Di corporatura media, non altissimo, aveva occhi chiari e profondi, una bocca ben delineata con labbra sottili e il portamento fiero di chi ne ha passate tante e ora quasi sfida la vita a farsi sotto un’altra volta.”

“L’uomo che sfidò un paese” di Aldo Cavallo

 

L’uomo capì immediatamente, corse in aiuto, chiamò i soccorsi che arrivarono velocemente, solo Antonella uscì dall’auto illesa, solo un po’ stordita, si buttò su Fido, sbaciucchiandolo, senza minimamente immaginare quanto era stato grande. I genitori di Antonella portati in Ospedale per dei controlli, furono informati del grande gesto di Fido, che come se nulla fosse accaduto stava giocando con la figlia fuori dall’Ospedale in attesa del loro ritorno.”

“Un amico speciale” di Lugi Belviso

 

Appena seppi della sua impresa, corsi ad appostarmi e lo aspettai (ti aspettai) con gli occhi fissi sulla porta dell’Ade. Per tre giorni e tre notti trascurai le mie api e i miei armenti, rimasi immobile col fiato sospeso pregando l’Olimpo che il suo canto riuscisse a riportarti in vita. Conoscevo la sua forza, sapevo che era capace di tanto, che avrebbe potuto sedurre o ingannare perfino gli dèi.

“Il lamento di Aristeo” di Riccardo Garbetta

 

A differenza di quelle immagini che, in realtà non sono fisse, ma ne parleremo dopo… Dicevo, a differenza di quelle immagini, l’esistenza di una persona muta completamente ogni giorno, con lo svegliarsi al mattino, o, più correttamente, con il sorgere del sole. Idee, modi di fare, abitudini e non solo, nel corso degli anni, assumono ritmi differenti, traballando tra passato e presente.”

“Istantanee” di Roberta Sgrò

 

Jorge, tanto tu insisti, nelle tue ultime pagine, sull’archetipo, su cosa pensano i cinesi che ci sia in cielo, o chissà dove, forse un magazzino infinitamente esteso, una collezione divina di archetipi in attesa di apparire come reali. La spada, la clessidra, l’ode pindarica, l’orologio, la carta geografica, i lunghi elenchi, quelli frettolosi, il telescopio, i poeti, la bilancia, il tuo libro che ho appena riposto…”

“Ipotesi” di Stefano Pioli

 

Dai suoi occhi vide colare dell’acqua, si leccò le labbra e sapeva di sale. Poi vide una zattera dispersa dentro sé, con due marinai disperati. Uno di loro dormiva, russando a bocca aperta. Qualche bottiglia di birra finita giaceva vicino a lui. L’altro marinaio guardava lontano, con uno skateboard sottobraccio, cercava una barca, una riva.”

“L’ombra del buio” di Valentina Casadei

 

In copertina: “17:42 (primo giorno di coprifuoco)”

                         fotografia di Sabrina Meloni Dedola

 

Info

Acquista “Sei” – Poesia

https://www.tomarchioeditore.it/2020/12/05/sei-poesie-aa-vv/

Acquista “Sei” – Racconti  

https://www.tomarchioeditore.it/2020/12/05/sei-racconti-aa-vv/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/12/05/vincitori-e-finalisti-del-concorso-nazionale-sei-autori-in-cerca-di-editore-2020/

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Doccia calda e profumo di caffè di Luca Negherbon: prevendita promozionale del libro Thu, 03 Dec 2020 11:54:09 +0100 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/676005.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/676005.html Alessia Mocci Alessia Mocci

Ho fatto il vagabondo per settimane, rimediando una doccia da mia figlia, mangiando al bancone di un bar. Ho vestito quei 4 vestiti che avevo, sempre quelli. Poi ho comprato una forchetta, poi un coltello, poi un cucchiaio. Un pezzo alla volta sono tornato alla civiltà.– dal brano “6 mesi che sono andato”

Non è mai troppo tardi. Già, è così. Ci si può sempre rialzare dopo una caduta se si ha la volontà di cercare dentro la forza. Perché è di questo che stiamo parlando: volontà di potenza, il tanto celebre concetto di Friedrich Nietzsche.

“Doccia calda e profumo di caffè” è una raccolta di brani di Luca Negherbon, sarà pubblicata nel mese di gennaio 2021 dalla casa editrice Rupe Mutevole nella collana editoriale Trasfigurazioni, ed, in accordo con l’editrice Cristina Del Torchio, si è deciso di dare la possibilità ai lettori di prenotare la propria copia con la prevendita del libro.

I brani sono corredati dall’indicazione temporale per un arco di tre anni, dal 2017 al 2020. Lo stesso autore racconta: “Come meteore cadono determinati, con il loro carico. Li catturo e deposito sul foglio, per essere letti. Non c'è regola e filo conduttore tra loro se non quelli di palesarsi nella stessa vita, la mia. Sono presentati in ordine cronologico di nascita, è specificata la data poiché la collocazione nel tempo ha un valore storico, ne determina il momento del pensiero, lo scenario di fondo, l'atmosfera di riferimento.”

Il libro è impreziosito dall’interpretazione di Stefano Falbo di una selezione di testi, segnalati in formato QR ed inseriti nelle pagine così che il lettore potrà, con operazioni semplici ed immediate tramite il proprio cellulare, visionare direttamente il video del brano.

Ero solo dentro di me. Ancora non avevo capito come sarebbe stato il processo di liberazione. Non avevo idea di quello che mi aspettava, ma sapevo che sarebbe stato doloroso. Stavo la, come quando si vuole darsi una martellata sul dito e si rimane immobili incerti con il martello per aria in attesa del momento giusto. Non stai soffrendo, ma sai che accadrà presto. Aspetti il momento del "Sì!", procediamo!– dal brano “Vera solitudine”

La raccolta si presenta in modo fluido legata interamente alla vicenda personale dell’autore, la separazione con la moglie. Un fatto sociale che da anni è diventato la prassi, così come esiste il matrimonio ora esiste anche la separazione in quasi egual misura, ma è come se nella società ci fosse un velo di “nascondimento”, ed è lodevole il coraggio dimostrato dall’autore nel voler affrontare questa tematica, questo accadimento contemporaneo dei rapporti umani.

“Doccia calda e profumo di caffè” nasce da frammenti di pensieri, momenti in cui l’autore ha sentito una pulsione che non poteva silenziare, e così come lui stesso ci palesa:

“Brani inediti di italiano, moderno e asciutto linguaggio, attento a essere chiaro e diretto, senza artifici letterari o effetti speciali. D'uso sia scritto che parlato. Sobrio, pulito, senza coloranti aggiunti.

Pensieri, frammenti di giornata, a ore disparate. Non c'è un momento particolare determinato, dove nascono i testi, sono improvvisi nel tempo della loro creazione. Arrivano, ogni attimo è buono, in qualunque luogo è occasione.”

Per coloro che volessero, dunque, scommettere su questo autore e sulla sua eterogenea raccolta è ora disponibile la prevendita nel sito indicato nelle info. La spedizione del libro avverrà tra il mese di gennaio e febbraio 2021.

Dopo la devastazione delle fiamme che hanno apparentemente distrutto tutto, la mia testa si è rigenerata. Nuovi e inediti percorsi neuronali generano pensieri nuovi, fluisce nuova visione, fantasia, filosofia. C'è più posto allo sviluppo dei concetti. Spazzato via il ciarpame accumulato in decenni d'immobilismo.” – dal brano “Dopo l’incendio”

 

 

Info

Acquista in prevendita “Doccia calda e profumo di caffè”

https://www.reteimprese.it/pro_A40124B396797

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/11/30/doccia-calda-e-profumo-di-caffe-di-luca-negherbon-prevendita-promozionale-del-libro/

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Doccia calda e profumo di caffè di Luca Negherbon: prevendita promozionale del libro Thu, 03 Dec 2020 11:53:46 +0100 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/676004.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/676004.html Alessia Mocci Alessia Mocci

Ho fatto il vagabondo per settimane, rimediando una doccia da mia figlia, mangiando al bancone di un bar. Ho vestito quei 4 vestiti che avevo, sempre quelli. Poi ho comprato una forchetta, poi un coltello, poi un cucchiaio. Un pezzo alla volta sono tornato alla civiltà.– dal brano “6 mesi che sono andato”

Non è mai troppo tardi. Già, è così. Ci si può sempre rialzare dopo una caduta se si ha la volontà di cercare dentro la forza. Perché è di questo che stiamo parlando: volontà di potenza, il tanto celebre concetto di Friedrich Nietzsche.

“Doccia calda e profumo di caffè” è una raccolta di brani di Luca Negherbon, sarà pubblicata nel mese di gennaio 2021 dalla casa editrice Rupe Mutevole nella collana editoriale Trasfigurazioni, ed, in accordo con l’editrice Cristina Del Torchio, si è deciso di dare la possibilità ai lettori di prenotare la propria copia con la prevendita del libro.

I brani sono corredati dall’indicazione temporale per un arco di tre anni, dal 2017 al 2020. Lo stesso autore racconta: “Come meteore cadono determinati, con il loro carico. Li catturo e deposito sul foglio, per essere letti. Non c'è regola e filo conduttore tra loro se non quelli di palesarsi nella stessa vita, la mia. Sono presentati in ordine cronologico di nascita, è specificata la data poiché la collocazione nel tempo ha un valore storico, ne determina il momento del pensiero, lo scenario di fondo, l'atmosfera di riferimento.”

Il libro è impreziosito dall’interpretazione di Stefano Falbo di una selezione di testi, segnalati in formato QR ed inseriti nelle pagine così che il lettore potrà, con operazioni semplici ed immediate tramite il proprio cellulare, visionare direttamente il video del brano.

Ero solo dentro di me. Ancora non avevo capito come sarebbe stato il processo di liberazione. Non avevo idea di quello che mi aspettava, ma sapevo che sarebbe stato doloroso. Stavo la, come quando si vuole darsi una martellata sul dito e si rimane immobili incerti con il martello per aria in attesa del momento giusto. Non stai soffrendo, ma sai che accadrà presto. Aspetti il momento del "Sì!", procediamo!– dal brano “Vera solitudine”

La raccolta si presenta in modo fluido legata interamente alla vicenda personale dell’autore, la separazione con la moglie. Un fatto sociale che da anni è diventato la prassi, così come esiste il matrimonio ora esiste anche la separazione in quasi egual misura, ma è come se nella società ci fosse un velo di “nascondimento”, ed è lodevole il coraggio dimostrato dall’autore nel voler affrontare questa tematica, questo accadimento contemporaneo dei rapporti umani.

“Doccia calda e profumo di caffè” nasce da frammenti di pensieri, momenti in cui l’autore ha sentito una pulsione che non poteva silenziare, e così come lui stesso ci palesa:

“Brani inediti di italiano, moderno e asciutto linguaggio, attento a essere chiaro e diretto, senza artifici letterari o effetti speciali. D'uso sia scritto che parlato. Sobrio, pulito, senza coloranti aggiunti.

Pensieri, frammenti di giornata, a ore disparate. Non c'è un momento particolare determinato, dove nascono i testi, sono improvvisi nel tempo della loro creazione. Arrivano, ogni attimo è buono, in qualunque luogo è occasione.”

Per coloro che volessero, dunque, scommettere su questo autore e sulla sua eterogenea raccolta è ora disponibile la prevendita nel sito indicato nelle info. La spedizione del libro avverrà tra il mese di gennaio e febbraio 2021.

Dopo la devastazione delle fiamme che hanno apparentemente distrutto tutto, la mia testa si è rigenerata. Nuovi e inediti percorsi neuronali generano pensieri nuovi, fluisce nuova visione, fantasia, filosofia. C'è più posto allo sviluppo dei concetti. Spazzato via il ciarpame accumulato in decenni d'immobilismo.” – dal brano “Dopo l’incendio”

 

 

Info

Acquista in prevendita “Doccia calda e profumo di caffè”

https://www.reteimprese.it/pro_A40124B396797

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/11/30/doccia-calda-e-profumo-di-caffe-di-luca-negherbon-prevendita-promozionale-del-libro/

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Intervista di Alessia Mocci ad Uccia Paone: vi presentiamo Fu al suono di un’arpa eolica Thu, 19 Nov 2020 15:59:08 +0100 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/673142.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/673142.html Alessia Mocci Alessia Mocci

Da quel giorno aveva ammirato la preghiera di Hayat fatta di silenzioso rapporto con la natura e la vita. Aveva capito solo in quel giorno la presenza di Dio in ogni cosa, Dio che si rivela sotto occhi attenti e nel silenzio. Dio non vuole voci e preghiere, Dio si incontra nell’intimità del cuore, si palesa nell’anima dell’uomo e nella contemplazione di ogni cosa, sì!

 

“Fu al suono di un’arpa eolica” di Uccia Paone è stato pubblicato a luglio 2020 dalla casa editrice Rupe Mutevole nella collana “Letteratura di Confine”. La grafica di copertina è stata curata da Gianluca Serratore.

“Cocci e brillanti”, “Gocce di schiuma”, “Ricordi di una conchiglia” sono i titoli dei libri precedentemente pubblicati dalla nostra autrice che come ella stessa dichiara: “scrivendo dialoga con persone immaginate davanti a un panorama sempre mutevole”.

E non poteva che essere Rupe Mutevole la casa editrice adatta ad Uccia Paone, quel mutevole che come il colore su una rupe risveglia nell’essere umano fantasie arcaiche e, perciò, degne di essere raccontate.

L’editrice Cristina Del Torchio scrive nella sua nota: “Una storia ammaliante. I margini di ogni pagina saranno mistero, come fragranze magiche. L’autrice rimescola le regole e la narrazione diventa un gioco di verità silenziose. Sono mito e storia, fiaba e dramma, oscurità e bagliore. E sul palcoscenico di questa esistenza, nelle notti più buie e silenziose, si alza forte il verso di un uccello che interpreta, sempre uguale, l’annuncio di sventure. Gli elementi si dispongono sulla scacchiera della vita e ogni pedina recita bene i suoi passi. Una solitudine muta non dimentica inganni e le chiusure antiche non sanno illuminarsi, mentre occhi nascosti tramano imbrogli.”

 

A.M.: “Fu al suono di un’arpa eolica” è stato pubblicato qualche mese fa e più precisamente a luglio, le vorrei chiedere di far un ulteriore salto indietro nel tempo per raccontare ai nostri lettori la genesi di questo romanzo.

Uccia Paone: Il persistente ricordo del giardino della mia infanzia mi spinse un giorno a riviverlo scrivendone. Un ricordo dietro l’altro, pensiero dopo pensiero, mi accorsi che in una ventina di pagine avevo iniziato un racconto, nebbioso e vago, nel quale un personaggio singolare, un orientale dell’India, passeggiava pensoso. Pagina dopo pagina accadeva qualcosa sempre più distintamente ma mancava lo scenario nel quale inquadrare le vicende iniziali. Amo la storia e feci un volo tra secoli e luoghi per scegliere la scenografia adeguata, convincendomi infine a considerare quella dell’Impero Ottomano. Il racconto cominciò a consolidarsi in una trama romanzesca e dopo un centinaio di pagine mi sentivo coinvolta alle vicende narrate. MI appassionai e quando fui alle ultime pagine cominciai a smaniare per trovare un editore che credesse in me. Fui fortunata: spedii il classico file, gli piacque e ora eccomi qui!

 

 

A.M.: Il titolo rievoca uno strumento musicale abbastanza particolare ed inusuale, l’arpa eolica infatti è un tipo particolare di arpa le cui corde sono fatte vibrare dal vento, così che le melodie siano sempre casuali e diverse. Che cosa rappresenta per lei questo strumento?

Uccia Paone: La mia attrazione per l’arpa eolica nacque quando alla scuola media incontrai Omero, gli aedi e i citaredi e da alcune illustrazioni mi sedussero Apollo e altri dèi con la cetra tra le braccia. Conosco e ammiro l’arpa moderna che primeggia per eleganza nelle orchestre, ma nessuno strumento musicale supera l’arpa eolica col suo fascino misterioso. L’arpa eolica ha un suono confidenziale, romantico, toccante, che può dirsi anche canto. Per suonare l’arpa eolica rifugge dal pentagramma e dal rigore matematico di un rigo musicale: è lo strumento libero per eccellenza, che suona col vento di cui esprime la provvisorietà e gli improvvisi eccessi. D’impulso l’ho voluta nel titolo del mio libro, lei sola a raccontarci tutto, tra soffi, folate e raffiche.

 

A.M.: Nubicucula è descritto come “un paese sonnolento, dove non erano stati mai eretti monumenti, né statue, e nemmeno steli commemorative; sì, rispecchiava proprio il paese dell’«Io non mi impiccio». […] il paese era stato colpito da una stregoneria legata a strani uccelli che volavano invisibili sotto il suo cielo e nidificavano in dirupati anfratti di burroni bui e inaccessibili.” e, sin da subito, ho ricollegato il nome ad una nota commedia di Aristofane “Gli uccelli” nella quale due uomini e gli uccelli fondano una città denominata Nubicuculìa. In che modo il suo paese sonnolento è collegato alla città fondata nel cielo a metà strada tra gli uomini e gli dèi?

Uccia Paone: Oh! Io sono ladra di Aristofane, e rea confessa: gli ho letteralmente rubato il nome di Nubicucula, città che già nel nome si palesa sospesa tra terra e regno di nuvole e di dèi. Ma tanto Nubicucula è in Aristofane città ideale, quanto in me è paese materiale abitato da gente ignorante e tamarra. Entrata in casa di Aristofane, gli ho sottratto anche un uccello dal becco singolare, ma lo raffiguro nel romanzo come uccello preso dall’ornitologia conosciuta, il tarabuso, che imbruttisco chiamandolo turubuzzu e che ha del vero uccello la capacità mimetica e il verso lugubre e tanto alto da non trovarne di uguale tra gli uccelli reali.

 

A.M.: Ne “Fu al suono di un’arpa eolica” troviamo un personaggio particolare, don Chicco che “Consapevole della paura che coinvolgeva i cristiani del suo gregge, abbattuto dalla caduta di fede causa di quella paura, egli volle dir messa anche il giorno dopo, divulgando la voce, casa per casa, che la paura non era degna dei Cristiani, che aver fede in Dio rende il cristiano sicuro contro ogni violenza esercitata da Allah, che è il diavolo che insidia i cuori pompandoli di paura, e dunque tornassero alla messa senza alcun timore!”. Fede e paura sono spesso collegati, ad esempio nel Cattolicesimo si ha paura della morte e della pena che l’anima dovrà subire per ciò che si è fatto in vita, così da trasmettere paura per qualsiasi azione si compia, o perlomeno questo accadeva.

Uccia Paone: Non è semplice cercare quale sia la scaturigine che nella vita degli uomini lega spesso insieme paura e fede. Forse dovremmo cercarla nei primi assembramenti tribali dei diversi popoli del mondo, senza dimenticare qualche traccia dell’antropologia. Presi insieme, paura-fede sono un binomio dissociativo e squilibrante, tuttavia presente nei secoli e ancora ai giorni di don Chicco, prete e predicatore legato alla pedanteria dottrinale nella quale è stato formato. Il binomio sconcerta quando pensiamo alla morte, all’enigma dell’evento definitivo e spesso improvviso che la morte è, e che porta con sé la paura del “dopo”. Allora cerchiamo di esorcizzare la paura abbracciando la fede cui spinge don Chicco, dicendoci che Dio promette la salvezza del paradiso a chi vince quella paura entrando in chiesa con fede (e con la frequenza che la fede esige). Ma la paura atavica cova sempre silenziosa nel cuore degli uomini. Malgrado l’apertura di papa Francesco che invita a sostituire col sorriso la paura (della morte e del Covid 19), l’enigma della morte fa vacillare gli uomini; penso che quella spinta alla fede che anima il credo di don Chicco possa essere in quel caso una valvola di sicurezza che frena gli uomini da un’esplosione emotiva che potrebbe risolversi anche tragicamente.  Allora, in questo caso e solo in questo senso, nel binomio squilibrante di paura-fede l’esortazione di don Chicco, positiva, rende vittoriosa la fede, giungendo ad equilibrare il binomio.

 

A.M.:Nell’alba che sopraggiunse, come nel risveglio in un eden segretamente cercato, cominciarono a conoscersi, a cercarsi. Nel perdersi e conoscersi, Adele sentì che fino a quel giorno era vissuta come un essere a metà, come un frutto dimezzato: ora sapeva che senza Hayat sarebbe tornata a essere la metà di sempre, e sarebbe morta in una notte, nel tempo sufficiente a un fiore di gelsomino di perdere il profumo e avvizzire senza più vita.” Chi sono Adele ed Hayat?

Uccia Paone: Adele e Hayat sono i protagonisti del romanzo. Si amano di un amore che al lettore appare forse inconcepibile, sono un corpo e un’anima sola ed è Adele che ne avverte subito la magica realtà. Dei personaggi accenno solo con un particolare, essi emergono in quel che dicono e fanno. Lascio sempre immaginare ogni mio personaggio al lettore: deve essere solo suo, un unicum solo suo.

 

A.M.: L’immobilismo ottomano è contrapposto ai capovolgimenti dell’Europa. Perché è importante continuare a riportare in luce gli eventi del passato?

Uccia Paone: Historia magistra vitae”: non l’aveva già detto Cicerone? La storia dovrebbe quindi ammaestrare chi vive il presente e guarda al futuro. Ogni nazione ha la sua storia, detta e ridetta, ma spesso isolata in grandi libri pieni di date e nomi che vengono studiati in maniera asettica, senza soffermarsi sui “perché” che la Storia (quella con la s maiuscola) esigerebbe invece per essere compresa. La Storia si forma a piccoli passi attraverso i secoli, ma non per tutti è stato così. L’Impero Ottomano è ricordato per il suo immobilismo, l’Europa per la sua dinamicità. Il primo si è formato in sei sette secoli, dal 1300 circa, con la discendenza, spesso combattuta, di sultanati. Il sultano amministrava in tutto e per tutto con diritto di vita e di morte sui sudditi. Nei secoli il sultano governò di volta in volta appoggiando una comunità o l’altra, aiutato da ministri fantocci assolutamente soggetti alla sua volontà. A questa staticità politica corrispose un forte immobilismo sociale per cui tra queste comunità, fortemente gelose della propria individualità, non sorse mai quel confronto politico che invece colmava di esperienza l’Europa. Organismo di politica e di forte bellicosità, l’Impero non poteva competere con le potenze europee, avide per tradizione dei beni oltre i propri confini. L’Europa aveva vissuto millenni di confronti socio-culturali e di espansionismo: nei secoli dell’immobilità ottomana aveva respirato il Medio Evo con le sue accademie competitive anche oltre i propri confini, era passata da Martin Lutero, dalla Riforma e dalla Controriforma, dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese e in tutto questo e in altro generando scienza, lettere, arte, filosofia, patriottismo e sangue di eroi. L’Italia contribuì e arricchì l’Europa con la sua arte e la sua cultura, ma anch’essa ebbe interesse ad abbattere l’Impero Ottomano; lo fece alleandosi con la Spagna, la Francia e anche con lo Stato Pontificio… L’Impero ottomano dovette accettare una umiliante agonia, perdendo un pezzo dopo l’altro: si sfaldò, si dissolse e perì per le ragioni, sempre uguali, scritte nei libri di storia.

Dell’Unità d’Italia ho detto nel romanzo.

 

A.M.: Causa pandemia le presentazioni letterarie non sono praticabili ma ho notato che in tanti hanno ben pensato di utilizzare i social network ed il video come alternativa.

Uccia Paone: Con i libri precedenti ho sempre avuto presentazioni fatte fisicamente. Con questo mio romanzo sono in grande difficoltà per la pandemia e per la mia totale ignoranza a qualsiasi livello di digitazione e social network.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Uccia Paone: “… ci sono storie irreali che non sono false.” – Bruno Bettelheim

 

A.M.: A risposta dello psicoanalista austriaco che lei ha citato lascio la parola a Luigi Pirandello, lo scrittore di Girgenti, l’attuale Agrigento: “La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.”

 

 

Written by Alessia Mocci

 

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https://oubliettemagazine.com/2020/11/06/intervista-di-alessia-mocci-ad-uccia-paone-vi-presentiamo-fu-al-suono-di-unarpa-eolica/

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In libreria: Il sale e gli alberi di Ernesto Venturini edito da Negretto Editore Thu, 10 Sep 2020 14:01:54 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/659909.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/659909.html Alessia Mocci Alessia Mocci  

 

“[…] la legge 180 è stata una parte strutturale di una serie di riforme dell’Italia negli anni ‘70, come risultato di una forte mobilizzazione pubblica: la legge sanitaria, per l’appunto, la legge sul divorzio, sull’aborto, sulla libertà alla contraccezione, l’accesso all’Università anche per gli istituti Tecnici, promuovendo un’Università di massa, lo Statuto dei lavoratori.– Ernesto Venturini in un’intervista

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal 1° settembre 2020 è disponibile “Il sale e gli alberi. La linea curva della deistituzionalizzazione” un saggio dello psichiatra Ernesto Venturini edito nella collana Cause e affetti per la casa editrice mantovana Negretto Editore.

“Il sale e gli alberi” consta di sette capitoli (“La pratica”, “La dialettica del potere”, “Il protagonismo della soggettività”, “Gli spazi della de-istituzionalizzazione”, “I tempi della de-istituzionalizzazione”, “Riabilitare la città”, “Il sale e gli alberi”) preceduti da una presentazione ed introduzione curate dallo stesso autore Ernesto Venturini.

È presente una postfazione curata dalla studiosa, storica, scrittrice e coordinatrice del Centro di servizi per il volontariato bolognese Cinzia Migani, dallo psicologo del Dipartimento di salute mentale di Imola Ennio Sergio; dal giornalista Valerio Zanotti; e dall’attuale rappresentante della Unione Regionale Associazioni per la Salute Mentale Emilia-Romagna Valter Galavotti. Chiude un allegato intitolato “Il condimento brasiliano della deistituzionalizzazione” curato da Maria Stella Brandão Goulart, Ernesto Venturini ed Adelaide Lucimar Fonseca Chaves.

“Ci sono due strade che, fin dal loro inizio, non si sono mai incrociate: il pensiero della follia e le pratiche della malattia mentale. Basaglia, per primo, ha guardato ad entrambe. Foucault ha preso la parola per fronteggiare il monologo della ragione e ha scritto una storia della follia, Basaglia prende la parola per dare voce al balbettio della follia e per imporre il silenzio alla scienza. La malattia mentale è messa tra parentesi per poter dare voce a chi che non ha voce, per far parlare la follia: il suo silenzio, la sua invisibilità costituiscono i prolegomeni di un nuovo sapere.” – Ernesto Venturini

L’importante saggio porta in luce il processo di liberazione promosso nel campo della salute mentale in Italia, con particolare attenzione agli eventi che portarono alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Imola, nonché della lotta al manicomio nel mondo e la sua deistituzionalizzazione.

Nel saggio si potrà osservare una intensa commistione con il mondo della letteratura e dell’arte. Infatti, il lettore potrà incontrare riflessioni sul poeta Costantino Kavafis, William Shakespeare, Italo Calvino, Jean Paul Sartre, Antoine de Saint-Exupery, Giorgio Gaber, Ridley Scott ed altri.

Questi continui riferimenti letterari sono una scelta precisa di Ernesto Venturini per svolgere la prima funzione: la comunicazione. Usando il linguaggio della poesia, della letteratura e dell’arte l’autore, con forte impatto emozionale, rifugge la fredda terminologia della psichiatria così da rendere il saggio di facile fruizione anche per i non addetti ai lavori.

“Lo sguardo altrui dà al mio tempo una nuova dimensione. Nell’essere guardato sono spinto in una nuova condizione della esistenza, dove ho la percezione unitaria di tre dimensioni: quella dell’io, del me e degli altri. […]

Lo sguardo della deistituzionalizzazione diventa realtà quando i volti degli utenti, dimessi e rivolti verso il basso, si trasformano in volti curiosi, attenti; quando gli sguardi dei bimbi, che entrano in contatto con i pazienti in occasione di alcuni spettacoli teatrali, o quando lo sguardo dei cittadini, che volontariamente lavorano nelle comunità protette, incrociano gli sguardi degli internati e vi riconoscono gli stessi desideri e le stesse speranze, che quotidianamente li animano.”

 

Ernesto Venturini ha conseguito la laurea in psichiatria a Roma. A Gorizia e a Trieste collaborò con Franco Basaglia. Nel 1979 per Einaudi ha curato una lunga intervista-riflessione con Basaglia sull’allora recente Legge 180 pubblicata in “Il giardino dei gelsi”. Ha concorso alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Imola e ha condotto una significativa esperienza sulla salute mentale in vita comunitaria.

Nel 2010, per Franco Angeli Edizioni pubblica “Il folle reato. Il rapporto tra la responsabilità dello psichiatra e la imputabilità del paziente”, un saggio redatto con Domenico Casagrande e Lorenzo Toresini, un volume che prende spunto da uno scritto di Franco Basaglia e la moglie, la psichiatra Franca Ongaro, “Il problema dell’incidente”, che mette a confronto le sentenze e le perizie di alcuni casi delittuosi nei quali il medico è stato imputato di omicidio colposo per il crimine commesso dal proprio paziente.

Inoltre, l’autore in qualità di esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha accompagnato il processo di riforma psichiatrica in Brasile dal 1991 al 2006, riportando i processi ed i risultati dell’esperienza italiana.

 

Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

 

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

 

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Acquista libro “Il sale e gli alberi”

https://www.libreriauniversitaria.it/sale-alberi-linea-curva-deistituzionalizzazione/libro/9788895967394

Citazioni tratte da “Il sale e gli alberi”

https://oubliettemagazine.com/2020/06/08/il-sale-e-gli-alberi-citazioni-tratte-dal-saggio-sulla-salute-mentale-curato-da-ernesto-venturini/

Intervista ad Ernesto Venturini

https://oubliettemagazine.com/2020/07/07/intervista-di-alessia-mocci-ad-ernesto-venturini-vi-presentiamo-il-sale-e-gli-alberi/

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https://www.facebook.com/groups/utopiadiscussionefilosofica/

 

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In libreria: Aforismi di luce di Claudio Borghi edito da Negretto Editore Wed, 26 Aug 2020 15:00:34 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/657365.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/657365.html Alessia Mocci Alessia Mocci

La storia coincide con lo sviluppo immobile dell’eternità pensante, simultaneamente linea e circolo, forma indescrivibile entro la dimensione finita del tempo. La mente si fa storia se riesce a ristorare con l’acqua della visione ultima, ad alleviare il dolore di chi non riesce a elevarsi in volo a percepirla.” – Claudio Borghi

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal 1° settembre 2020 sarà disponibile il nuovo libro di Claudio Borghi, “Aforismi di luce – Frammenti filosofici e teologici 1976-78” edito nella collana “Versi di versi” della casa editrice mantovana Negretto Editore.

È lo stesso autore che, sin dal principio nella premessa, presenta le fonti che hanno permesso le riflessioni presenti in “Aforismi di luce”:

Le fonti, seppur molteplici, sono chiare: il libro della Genesi, il Vangelo di Giovanni, l’Apocalisse, i presocratici, Platone, Aristotele, Plotino, Dionigi Aeropagita, Agostino, Meister Eckhart, Cusano, Pascal, Spinoza, Schelling, Novalis, Rimbaud, Nietzsche, Kierkegaard, Schopenhauer, i mistici cristiani, qualche teologo del Novecento, Bergson. L’ispirazione più forte mi venne dalle Enneadi di Plotino, da L’evoluzione creatrice di Bergson e dai Frammenti di Novalis, autentici timoni nella turbinosa navigazione metafisica.”

Claudio Borghi procede con l’avvertenza al lettore riguardo l’importanza dell’atteggiamento contemplativo (propriamente con l’accezione di “Insistenza prolungata dello sguardo o del pensiero su una fonte di meraviglia o di ammirazione”, dal lat. contemplatio -onis: cum templum, con lo spazio del cielo) per le parole che si andranno ad incontrare nei frammenti filosofici e teologi:

La speculazione nasce da parole come sorgenti molteplici di senso, progressivamente svelate: luce, tenebra, io, Dio, Unico, movimento unico, Opera, Disegno sono nuclei linguistici che riverberano potenza e generano le onde guida del pensiero. Lo stile è vertiginoso. Dalle sequenze come dai singoli frammenti emana una luce di scavo profondissimo, all’insegna di una ricerca assoluta, senza interlocutori, in cui avevo attinto una dimensione spirituale unica, una sorta di fascio bruciante di energia interiore. Parole e idee sembrano tratte da un flusso magmatico. Si intravede e intrasente un contatto, la vicinanza di un fondo – o di un apice – sempre imminente.”

Segue una nota critica, avente come titolo “Una metafisica della Figura”, firmata dal cultore di filosofia Davide Inchierchia, ed indirizzata all’esplicazione non solo dell’importante tema affrontato (l’Origine assoluta) ma, come si leggerà in questo estratto, l’accento cade anche sulla forma letteraria utilizzata: il frammento.

Per quanto il frammento, con la sua caratteristica a-sistematicità, costituisca senz’altro la cifra formale dell’opera, non si tratta di un testo ‘frammentario’. Nonostante il carattere visionario, a tratti rapsodico, di un flusso interiore a prima vista di difficile decifrazione, è possibile coglierne – quasi musicalmente, ad una lettura lenta – la pulsante trama unitaria. Come accade negli illustri esempi letterari o filosofici di pensiero aforistico cui l’Autore si volge più o meno direttamente (Pascal, Kierkegaard, Schopenhauer, ma soprattutto Novalis) negli Aforismi ricerca conoscitiva, riflessione speculativa e meditazione spirituale si fondono con sapienza cercando di attingere l’unico Centro: la Cosa ultima, l’Origine assoluta nella quale materia e coscienza, immanenza e trascendenza – anziché ipostasi separabili – entrano in risonanza quali emanazioni sostanziali di una viva Essenza che di sé permea ogni creatura ed ogni natura.” – Davide Inchierchia

“Aforismi di luce” è suddiviso in nove capitoli: “Trasformazioni”, “Il pensiero come visione”, “l’Universo”, “Il movimento unico”, “L’azione creatrice”, “Pensieri della sera (undici movimenti)”, “Nuove trame di luce”, “L’oasi nel profondo”, “Bianche schiume del molo”. Segue una postilla dell’autore e chiude la postfazione dell’editore Silvano Negretto dal titolo: “Dire l’indicibile”.

Ogni giocatore non soltanto gioca, ma è anche giocato. Come il gioco, l’opera poetico-artistica come la speculazione scientifico-filosofica sono esperienze in cui il fruitore – come l’autore – è coinvolto: eventi a cui l’uomo partecipa nel divenire suo proprio e della storia culturale del suo tempo. In sintonia con Sini e Gadamer, gli Aforismi di Borghi viaggiano sulla lunghezza d’onda di una “immaginazione creatrice” che, come annotavamo nella conclusione degli appunti di lettura a L’anima sinfonica (Negretto, 2017), ci pare protesa “ad una cultura del futuro, in direzione di una ricerca sempre in divenire, fonte di ulteriori stimoli per la poesia e la letteratura contemporanea”.” – Silvano Negretto

 

Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

 

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

 

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Postfazione “Dire l’indicibile”

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Presentazione dell’antologia poetica Poetry Collection 2020: il 5 agosto a Piedimonte Etneo Fri, 31 Jul 2020 16:49:18 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/653459.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/653459.html Alessia Mocci Alessia Mocci  

 

“[…] la sabbia/ cammina senza sforzo/ volentieri ogni suo chicco/ rinasce estraneo// […]” – Christos Sakellaridis

“Ora che tutto è chiaro/ anima ambulante/ naufraga nel mare inquieto,/ sospesa nel tempo e nello spazio/ con la voglia di fermarsi/ e dire basta,/ […]” – Antonella Vara

Mercoledì 5 agosto alle ore 17:30 presso il Museo della Vite, in via Mazzini 5, a Piedimonte Etneo ci sarà la presentazione delle due antologie “Poetry Collection 2020” pubblicate dalla casa editrice Tomarchio Editore. L’evento è patrocinato dal Comune di Piedimonte Etneo e che vedrà la partecipazione, oltre all’editore Rosario Tomarchio, del vicesindaco Enrichetta Pollicina, dei consiglieri comunali Ivana Pollicina e Salvo Russo.

“[…] Il tempo divora già le nostre grida/ e noi stranieri, dietro perse rotte,/ crocifissi in un silenzio di sale,/ precipitiamo sulla terra inconsistente./ […]” – Claudia Ruscitti

“Poetry Collection” nasce come concorso nazionale di poesia indetto il 23 marzo e suddiviso in due sezioni: adulti e giovani. La partecipazione è stata gratuita e ha visto ben 186 raccolte concorrenti nella sezione A (adulti), fra queste sono state selezionate dieci sillogi che hanno dato vita all’antologia “Poetry Collection 2020”.

“[…] Demiurgo di uomini in uno di santi e predatori;/ viaggio di carta, templi, castelli diruti e perduti tesori;/ grembo di canti e illusione d’inchiostro;/ sasso del deserto, d’eternità Gran Maestro,/ […]” – Francesco Ferro

“Poetry Collection” è, dunque, composta da cinque autori e cinque autrici Claudia Ruscitti, Lorenzo Spurio, Antonella Vara, Massimo Scotti, Filomena Gagliardi, Francesco Ferro, Marika Addolorata Carolla, Christos Sakellaridis, Maria Greco, Guido Burgio.

“Riconduci alla quiete questa anima errante/ nell’inferno del mondo,/ che trova riparo solo nella morte./ […]” – Marika Addolorata Carolla

“[…] Zaffiri fusi che navigo dall'alto/ di questo ponte di luce a rombi/ - prova pure così - nel balzo sicuro/ del ritmo acceso, tra voci e richiami// […]” – Lorenzo Spurio

La sezione B (giovani) ha visto un numero ristretto di partecipanti per la difficoltà di raggiungere le scuole visto il particolare periodo pandemico che abbiamo attraversato, la casa editrice ha comunque deciso di premiare quattro valorose giovani autrici: Emanuela Ferrara, Marika Nistea, Ginevra Puccetti, Melissa Bove.

“Siamo il respiro/ affannoso/ difficile/ delle fibre del Mondo.// Attraversiamo l'Universo/ conservando la nostra cifra.// […]” – Filomena Gagliardi

Oltre alla presentazione delle due antologie, saranno lette alcune poesie selezionate dagli autori ed autrici presenti alla serata, e dai consiglieri Ivana Pollicina e Salvo Russo.

alcuni poeti e poetesse dell’Antologia leggeranno le proprie opere

“È tempo/ di riprendere/ il cammino./ Un pensiero/ pervade/ le vie,/ mentre/ suoni/ echeggiano/ come armonia.// […]” – Massimo Scotti

L’editore Rosario Tomarchio, prima della decisione di aprire una casa editrice, ha pubblicato “La musica del silenzio” (Statale 11, 2010), “Storia d’amore” (Aletti editore, 2012), “Ricordi di poesie” (Rupe Mutevole Edizioni, 2013), “Cielo” (Rupe Mutevole Edizioni, 2014), “Al tuo cuore con la poesia”, l’antologia poetica “Memorie”, gli e-book "Dialogo silenzioso dentro l'anima" e "Sicily Culinary Tradition" e brevi saggi come “Il mito della semplicità”, “In cammino”, “Dalla grotta al tempio”, “In viaggio per incontrare Gesù”.

“[…] La mia matassa di pensieri / Si avvolge insieme ad una vecchia audiocassetta./ Un gabbiano sorvola sugli anni fanciulleschi/ dentro la mia mente./ […]” – Maria Greco

L’ingresso è libero ed all’aria aperta con un mirabile panorama sull’Etna, si ricorda che saranno mantenute le distanze minime di sicurezza tra gli ospiti.

Vi aspettiamo il 5 agosto alle 17:30 presso l’accogliente Museo della Vite di Piedimonte Etneo.

“[…] ascoltami,/ ti parlerò di un’epoca lontana/ nella mia patria siciliana/ quando gli amori eran raggi di luna/ e le case giardini// […]” – Guido Burgio

 

Info

Sito Tomarchio Editore

https://www.tomarchioeditore.it/

Facebook Tomarchio Editore

https://www.facebook.com/Tomarchio-Editore-103044724670916/

 

Fonte

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Intervista di Alessia Mocci ad Ernesto Venturini: vi presentiamo Il sale e gli alberi Sun, 19 Jul 2020 11:33:49 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/651314.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/651314.html Alessia Mocci Alessia Mocci “Detestava i luoghi comuni, il pensiero fatto di stereotipe, d’ideologie, di falso cameratismo. Lui amava la dialettica, gli piaceva il confronto, persino il conflitto; ricercava le idee come risultato di uno scambio, non pretendeva l’originalità a tutti i costi, richiedeva, però, l’autenticità. “Sartraniamente” parlando, cercava l'essenzialità come derivato dall’esperienza.” – Ernesto Venturini

 

Un ritratto inedito dello psichiatra, neurologo e docente italiano Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 – Venezia, 29 agosto 1980) conosciuto, soprattutto, per la Legge 180 del 1978, da cui per l’appunto prende il nome. A raccontarci di questo grande innovatore nel campo della salute mentale un altro altrettanto grande: il medico psichiatra Ernesto Venturini.

L’occasione è la prossima uscita del nuovo libro di Venturini, “Il sale e gli alberi – La linea curva della deistituzionalizzazione”, disponibile in libreria da settembre 2020 e pubblicato dalla casa editrice mantovana Negretto Editore.

“Il sale e gli alberi” è un saggio sul processo di liberazione promosso nel campo della salute mentale in Italia e nel mondo con particolare attenzione per la lotta al manicomio e la deistituzionalizzazione; con postfazione della studiosa, storica, scrittrice e coordinatrice del Centro di servizi per il volontariato bolognese Cinzia Migani, dello psicologo del Dipartimento di salute mentale di Imola Ennio Sergio; del giornalista Valerio Zanotti; e dall’attuale rappresentante della Unione Regionale Associazioni per la Salute Mentale Emilia-Romagna Valter Galavotti.

Ernesto Venturini, dopo aver conseguito la laurea in psichiatria a Roma, conobbe Franco Basaglia ed iniziò una durevole collaborazione ed amicizia. Nel 1979 per Einaudi ha curato una lunga intervista-riflessione con Basaglia sull’allora recente Legge 180 pubblicata in “Il giardino dei gelsi”. Ha concorso alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Imola e ha condotto una significativa esperienza sulla salute mentale in vita comunitaria.

Nel 2010, per Franco Angeli Edizioni pubblica “Il folle reato. Il rapporto tra la responsabilità dello psichiatra e la imputabilità del paziente”, un saggio redatto con Domenico Casagrande e Lorenzo Toresini, un volume che prende spunto da uno scritto di Franco Basaglia e la moglie, la psichiatra Franca Ongaro, “Il problema dell’incidente”, che mette a confronto le sentenze e le perizie di alcuni casi delittuosi nei quali il medico è stato imputato di omicidio colposo per il crimine commesso dal proprio paziente.

Inoltre, l’autore in qualità di esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha accompagnato il processo di riforma psichiatrica in Brasile dal 1991 al 2006, riportando i processi ed i risultati dell’esperienza italiana.

 

A.M.: Ernesto, sono lusingata di poter dialogare con lei quale esponente di una grande riforma sociale che ha portato la società a comportarsi in modo più “civile” e al contempo più “sociale”. Il suo curriculum presenta una vita di importanti amicizie e collaborazioni. Potendo permettermi un salto nel passato, la mia prima domanda riguarda l’incontro che portò al sodalizio con lo psichiatra Franco Basaglia.

Ernesto Venturini: Incontrai personalmente Franco in casa di Michele Risso, a Roma. Eravamo, mi pare, alla fine del 1967 o all’inizio del 1968. Mi ero da poco laureato in medicina all’Università Cattolica ed ero il responsabile anziano di un gruppo di medici e studenti che frequentavano il reparto psichiatrico dell’università. Michele era uno psicanalista junghiano, che, lavorando in Svizzera, aveva realizzato degli studi pionieri in etnopsichiatria. Periodicamente ci invitava nella sua casa per incontrare i suoi amici – personaggi famosi della cultura e della scienza. Quel giorno avremmo incontrato il suo amico Franco Basaglia. E Basaglia era già un mito. In quegli anni noi volevamo conoscere tutto quanto stava accadendo nel mondo in campo psichiatrico: ci raccontavamo quanto stava accadendo in Francia, in Canada, in Inghilterra. Eravamo stati a Perugia e a Città di Castello per incontrare Carlo Manuali, che promuoveva un interessante coinvolgimento comunitario sulla salute mentale, ma le notizie che venivano da Gorizia erano quelle che più ci affascinavano: lì si stava realizzando una rivoluzione, un vero cambio di paradigma scientifico.

L’incontro, in casa di Michele, aveva un tono del tutto informale, quasi amichevole. Ero rimasto subito colpito dalla quantità di tic con cui Basaglia accompagnava il suo parlare: muoveva lateralmente il capo, inarcava le sopracciglia, aggrottava le labbra. Ma, dopo un po’, non ci facevi più caso, perché eri conquistato dai suoi occhi chiari, dal suo sorriso, dall’eleganza del suo portamento (era alto), dal suo parlare torrenziale. Era estroverso, comunicativo, fumava molto. L’esatto contrario di Michele, che sembrava un gentleman inglese, tutto misurato e silenzioso. A un certo punto ho capito che Franco ci stava valutando. Come avrei capito più tardi, quello era il suo modo abituale di essere: voleva capire con chi aveva a che fare. Detestava i luoghi comuni, il pensiero fatto di stereotipe, d’ideologie, di falso cameratismo. Lui amava la dialettica, gli piaceva il confronto, persino il conflitto; ricercava le idee come risultato di uno scambio, non pretendeva l’originalità a tutti i costi, richiedeva, però, l’autenticità. “Sartraniamente” parlando, cercava l'essenzialità come derivato dall’esperienza. E così, più o meno consapevolmente, ti metteva alla prova: ti rimandava la domanda che tu gli avevi posto, chiedendoti di riformularla, quasi facendoti capire che, in realtà, tu avevi già la risposta dentro di te (era fenomenologo e socratico, contemporaneamente). Senza dubbio “il filosofo” Basaglia” (come sprezzantemente lo aveva definito Belloni, il suo direttore universitario) amava leggere, e molto anche, ma era nell’incontro con l’altro che provava il piacere intellettuale della conoscenza. E d’altra parte non erano forse le assemblee generali di Gorizia il luogo dell’ascolto, della costruzione collettiva del sapere, del raggiungimento di un potere attraverso il dialogo, il confronto? Se, poi alla fine, Franco restava deluso dall’incontro, allora il suo sguardo si faceva annoiato. Rimaneva sempre gentile, formalmente gentile ma distratto, disattento.

A distanza di tanti anni ricordo vagamente i contenuti del nostro colloquio quel giorno. Ero tutto preso dalla forte emozione di quell’incontro. E, solo quando ci stavamo salutando, ho capito che avevo superato la prova. Franco si era rivolto a me, e, guardandomi con complicità, aveva concluso: “Fai una cosa: vieni a Gorizia. Tu stesso potrai renderti conto di quello che sta succedendo”.

In quei fatidici giorni del ‘68, avevo cominciato a portare con me il libro “L’istituzione Negata”. Nel corso delle assemblee, durante le occupazioni nel Pronto Soccorso psichiatrico del Policlinico, tiravo fuori quel libretto (accompagnato da quell’altro – il libretto rosso di Mao) e leggevo, a voce alta, brani di quella nostra bibbia. Poi, per alcuni anni, avevo deciso di fare le mie vacanze estive andando a fare il volontario a Gorizia. Un mondo nuovo, seducente, si apriva dinanzi a me, così profondamente diverso dai rituali, dalla pomposa retorica dell’università. E finalmente era venuto il momento della scelta. Il direttore del reparto universitario – una brava persona – mi aveva prospettato la sicurezza di una carriera universitaria, se fossi rimasto: essendo uno tra i primi laureati di quella facoltà, ero, automaticamente, uno dei designati… Ma un giorno mi sono messo sulla mia ‘500, insieme alla moglie e alla mia piccola, di poco più di un anno, e ho lasciato quella città meravigliosa. Mi sono messo in cammino verso una piccola città di confine, in un momento critico per l’esperienza basagliana messa in crisi dall’uxoricidio di un paziente.

Sapevo quello che stavo perdendo, non sapevo quello che sarebbe accaduto… ma – alea iacta est – io, ormai, ero un “goriziano”.  

 

A.M.: La citazione iniziale de “Il sale e gli alberi” è dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer ed è associata all’emozione che prova ogni volta che pensa al “processo di liberazione promosso nel campo della salute mentale in Italia e nel mondo”. Qual è, invece, il significato del titolo del libro?

Ernesto Venturini: Il libro ha un titolo “Il Sale e gli alberi” e un sottotitolo “La linea curva della deistituzionalizzazione”. Parlerò, per prima cosa del sottotitolo che utilizza un’affascinante citazione di Oscar Niemeyer, il famoso architetto costruttore di Brasilia.

Ho costruito, per l’appunto, una metafora – la linea curva della deistituzionalizzazione – per spiegare che cosa significhi per me questa parola, che sembra una specie di scioglilingua. Deistituzionalizzazione non indica la semplice umanizzazione di un luogo violento – il manicomio –, non rappresenta la deospedalizzazione con il trasferimento dei ricoverati in strutture più idonee, non è la modernizzazione delle cure psichiatriche e non è nemmeno – attenzione! – la promulgazione di una legge di riforma. Senza dubbio “la riforma 180” è (è stata) un passaggio importante per migliorare le politiche di sanità mentale. Avere sancito la fine degli ospedali psichiatrici e anche di quelli giudiziari è stato un evento storico: ha riconosciuto ai folli quei diritti civili, affermati con la Rivoluzione francese e con la Carta dei diritti dell’uomo, ma negati ai folli, per duecento anni, attraverso leggi speciali – le leggi di garanzia per gli incapaci. In questo senso la riforma, come giustamente ha fatto osservare Norberto Bobbio, è una delle poche, vere riforme avvenuta in Italia e nel mondo negli ultimi decenni, perché ha riconosciuto la pienezza dei diritti anche a chi sembrava non potesse esercitarli – la persona folle.

Ma per noi basagliani la deistituzionalizzazione significa qualcosa di più: è un complesso processo scientifico, politico, filosofico, in un perenne “divenire”, che dà senso della vita, quella individuale e quella collettiva, attraverso la libertà e la responsabilità.

Niemeyer, riprendendo ed elaborando una frase di Cézanne, dice di amare nel suo lavoro di architetto le linee curve, che gli ricordano le montagne del suo paese, le sinuosità delle donne brasiliane. In modo analogo io penso che la libertà delle persone dalla malattia sia un percorso non facile, che significhi, per il paziente e per il terapeuta, affrontare l’incertezza di un orizzonte nascosto da linee curve. È però anche un cammino morbido, dolce, che si apre all’inatteso. Direi (senza alcuna piaggeria) che è un processo al femminile, perché si oppone alla rigidità, fallica e autoritaria dello sguardo dello psichiatra tradizionale; eccepisce il suo potere-sapere, che oggettiva e, di fatto, finisce per reprimere e per racchiudere in uno stigma il disagio psichico della persona. Nel libro cerco di sviluppare questo tema, e lo faccio ricorrendo, però, alla descrizione di un’esperienza, concreta ed esaltante, che ha testimoniato in modo emblematico questo processo: l’attivo coinvolgimento di una comunità – quello della città di Imola – nel definitivo superamento dei suoi due ospedali, tra i più antichi e grandi d’Italia.

… Quanto, poi, alla spiegazione del titolo – Il Sale e gli Alberi –, secondo un’abituale linea di editing, non dirò nulla, per incentivare un minimo di suspense e per lasciare alla lettura del libro la risposta a questo interrogativo.

 

A.M.: Nel 1967 lo psichiatra sudafricano David Cooper utilizzò per primo il termine “antipsichiatria” che divenne presto un movimento eterogeneo che avversava la psichiatria vigente. Lo psichiatra scozzese Ronald Laing, celebre per alcuni suoi studi sulla psicosi che andavano contro l’ortodossia della psichiatria del tempo, rifiutò l’etichetta di antipsichiatrico; ma lo psichiatra ungherese Thomas Szasz fu vicino alle convinzioni dell’antipsichiatria e sostenne la lotta all’istituto del manicomio e all’ospedalizzazione. Nell’introduzione lei scrive: “La deistituzionalizzazione finisce, erroneamente, per essere spesso equiparata all’antipsichiatria e diventa sinonimo del desiderio di abolire ogni istituzione di controllo sociale.” Che cos’è dunque il movimento dell’antipsichiatria?

Ernesto Venturini: Premetto che negli anni ‘60-‘70 la lettura dei libri di Michel Foucault (“Storia della follia nell’età classica”), di David Cooper (“La morte della famiglia”, “Psichiatria e antipsichiatria”), di Thomas Szasz (“Il mito della malattia mentale”) e, soprattutto, di Ronald Laing (“L’io diviso”, “La politica della famiglia”) costituivano per me un autentico godimento. Avevano il potere della rivelazione, mi aiutavano a penetrare nel mondo affascinante della psicosi, a capirne non solo le ragioni, ma anche a interrogarmi sulla nostra presunta “normalità”. In qualche modo, in quegli anni, ci sentivamo tutti degli anti-psichiatri, anche se era chiaro quello che rifiutavamo – la brutalità del manicomio (ma anche l’abuso degli psicofarmaci, l’oggettivazione dei pazienti), ma non altrettanto quella che avrebbe dovuto essere la risposta concreta ai bisogni di una situazione che avevamo difficoltà a definire “malattia mentale”. Laing, in ogni caso, si allontanò dal suo amico Cooper perché non condivideva le sue conclusioni più estreme e continuò a definirsi uno psichiatra. Cooper, dopo l’exploit teorico pratico della sua giovinezza, rimase imprigionato nel suo ruolo d’icona, andando incontro a un rapido declino intellettuale ed esistenziale. Michel Foucault rese, senza dubbio, più complesse e dialettiche le sue iniziali riflessioni contro la disciplina psichiatrica. Szasz, divenuto ormai cittadino americano, continuò a parlare contro i manicomi pubblici, ma meno verso quelli privati; diventò un convinto fautore del liberismo, anche in campo sanitario, entrò nel mondo paludato dell’Accademia, fu sostenitore di Scientology, una discutibile setta mistica-religiosa.

In ogni caso, non è stata tanto la storia personale di questi protagonisti dell’antipsichiatria, ciò che ha aiutato me (e naturalmente tanti altri) a prendere le distanze da questo importante movimento di denuncia, quanto la verifica della sua pratica velleitaria e di quella sorta di desiderio di una perenne rottura, piuttosto che di una difficile ricerca di consenso. Questo è avvenuto quando, basaglianamente parlando, siamo andati a verificare le pratiche e i loro effetti. Le esperienze antipsichiatriche – anche quella famosa di Kingsley Hall (1965) a Londra – avvenivano in ambienti privati, dove la popolazione era selezionata dal censo, dall’età (giovani), dalla cultura. Erano esperienze di nicchia, esemplari, ma con il respiro corto, senza una visione politica delle contraddizioni sociali.

Altro è stato, invece, lo spessore etico e scientifico di Franco Basaglia che ha lasciato l’università, con i suoi privilegi e rituali, per scegliere di lavorare nel buco nero del manicomio, dove erano “gestite” la povertà, le disuguaglianze di classe, le differenze sociali e quelle di genere.

Per cogliere meglio la distanza tra i due movimenti, basterà affidarci, una volta tanto, alla terminologia. Basaglia e noi con lui non ci siamo mai dichiarati anti-psichiatri. Basaglia ha sempre parlato della negazione dell’istituzione. Il nostro è, infatti, un movimento teorico-pratico contro l’istituzionalizzazione (non contro le istituzioni), contro, cioè, quell’uso delle istituzioni che sancisce la disuguaglianza, l’uso di un potere-sapere per assoggettare l’uomo. L’istituzionalizzazione è un meccanismo generalizzato che accade nelle diverse istituzioni della società: in quelle dell’educazione scolastica, nella famiglia, nei partiti, nei gruppi sociali, nelle discipline scientifiche. Il manicomio rappresenta dunque solo una delle tante istituzionalizzazioni.  Il suo opposto – la deistituzionalizzazione – è, pertanto, una lotta per libertà: “la libertà è terapeutica!” È lotta contro disciplina (nell’ottica di Foucault), è decostruzione (nell’ottica strutturalista di Jacques Derrida) di tutti quegli apparati di sapere-potere, che sostengono l’esclusione, l’emarginazione.

L’organizzazione del movimento teorico-pratico di Basaglia (una nuova istituzione!) non si chiama Antipsichiatria ma “Psichiatria Democratica”: è l’affermazione del valore della democrazia, intesa come diritto di protagonismo e di cittadinanza del soggetto, dentro lo specifico ambito della salute mentale. Siamo di fronte a un processo, che vuole svelare le manipolazioni e le mistificazioni degli apparati tecnico scientifico per negare e controllare, attraverso le istituzioni della violenza e della tolleranza, le contraddizioni sociali produttrici di sofferenza psichica.

Basaglia è sempre rimasto, per sua scelta, un funzionario pubblico, affermando il valore di una medicina pubblica, non esercitando la professione privata. Nei suoi incontri-dibattito svolti in Brasile e raccolti poi nel libro postumo “Le conferenze brasiliane”, dichiara, a fronte di chi afferma il valore preminente di una militanza politico-ideologica, che la vera rivoluzione consiste nello svolgere, fino in fondo, la propria professione. Non è forse stata proprio quella la istanza che lo ha portato a promuovere l’esperienza goriziana, provocando il cambiamento del paradigma psichiatrico? Quando Basaglia entra la prima volta nel manicomio di Gorizia, ha voglia di fuggire, di ritornare ai privilegi dell’Accademia, dove si può fare teoria. Si domanda: ma questo mondo di sopraffazione e violenza che cosa a che vedere con la mia professione di medico? Poi capisce che il suo dovere di medico è proprio quello di lottare contro questa realtà e contro la ideologia, contro la pseudo scienza che la sostiene. In questa scelta lo aiuta la sua esperienza personale di impegno politico. Franco è stato incarcerato da giovane per attività antifascista. Riconosce nel manicomio la stessa logica della prigione che ha sperimentato sulla sua pelle. Decide, così, di condividere la sua vita fino in fondo con chi deve curare, fino alla sua libertà. Rimane nel puzzo di urina dei reparti, nella miseria, tra la povertà dei proletari, decostruendo giorno per giorno, la violenza del manicomio. Fino alla fine, fino alla possibilità per tutti di lasciarsi alle spalle quell’orrenda e inutile istituzione.

Basaglia è profondamente gramsciano nel rifiutare le velleità della antipsichiatria (condivide un progetto politico sociale e sa che il cammino per l’egemonia è lungo e difficile). Basaglia è veramente un seguace di Marx: non si tratta più, ormai, di parlare, di interpretare la realtà, è tempo, ormai, di cambiare il mondo.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Ernesto Venturini: Considerando il piacere offertomi da questa circostanza, sarò generoso e le proporrò ben due citazioni, che sono, però, di uno stesso autore – Antoine de Saint-Exupéry – e recuperano, in qualche modo, il tema del viaggio.

La prima riprende una delle citazioni che sono presenti nel libro; chiarisce il valore della motivazione in un’impresa di alto significato politico, etico, scientifico, quale la deistituzionalizzazione. Dice Saint-Exupéry:  

Se vuoi costruire una nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma, invece prima, risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”.

La seconda rimanda alla ricerca di senso per quel viaggio, che è la nostra vita:

Fai della tua vita un sogno, e di un sogno, una realtà.

 

A.M.: Ernesto, la nostra lunga chiacchierata è stata di sicuro illuminante avendomi permesso di accedere ad un periodo storico che, seppur recente, non è propriamente argomento di discussione per la mia generazione. Ha profondamente ragione quando scrive – un poco, in modo malinconico– che non si conosce la figura di Franco Basaglia, la si cita per la Legge 180 come se fosse una sorta di leggenda. È vero! Non ci è stato presentato l’uomo né la lotta ideologica che è stata affrontata, noi (e qui oso parlare per la mia generazione) abbiamo dato per scontati “i diritti civili ai folli”. Il mio augurio ai lettori è di riuscire a viaggiare nel tempo tramite le sue parole tanto da provar a tratteggiare il passo ed il suono del celebre psichiatra, nonché il lavoro che lei ha svolto e che svolge quotidianamente. La ringrazio vivamente per la lectio che mi ha concesso e la saluto con le parole dello stimato Carl Gustav Jung: “Quanto più sei intelligente, tanto più folle è la tua ingenuità. Le persone ultraintelligenti sono matte complete nella loro ingenuità. Non possiamo salvarci dall’intelligenza dello spirito di questo tempo cercando di essere più intelligenti ancora ma accettando ciò che è più contrario alla nostra intelligenza, ossia l’ingenuità. Non vogliamo però neppure diventare apposta degli stolti rendendoci schiavi dell’ingenuità, ma saremo piuttosto degli stolti intelligenti. Questo ci conduce al senso superiore. L’intelligenza si unisce all’intenzione. L’ingenuità non conosce intenzioni. L’intelligenza conquista il mondo, mentre l’ingenuità conquista l’anima. Fate dunque il vostro voto di povertà di spirito per poter essere partecipi dell’anima.”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Sito Negretto Editore

https://www.negrettoeditore.it/

Pagina Facebook Negretto Editore

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Citazioni inedite tratte da “Il sale e gli alberi”

https://oubliettemagazine.com/2020/06/08/il-sale-e-gli-alberi-citazioni-tratte-dal-saggio-sulla-salute-mentale-curato-da-ernesto-venturini/

 

Intervista integrale su: https://oubliettemagazine.com/2020/07/07/intervista-di-alessia-mocci-ad-ernesto-venturini-vi-presentiamo-il-sale-e-gli-alberi/

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Vincitori e Finalisti del Concorso nazionale Poetry Collection 2020 Mon, 06 Jul 2020 16:48:09 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/649041.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/649041.html Alessia Mocci Alessia Mocci Si è conclusa il 31 maggio 2020 a mezzanotte la possibilità di partecipare al primo Concorso nazionale di poesia della casa editrice Tomarchio Editore “Poetry Collection 2020”, in collaborazione con il portale web Oubliette Magazine e patrocinato dal Comune di Piedimonte Etneo.

 

Una competizione a suon di versi che ha visto 186 raccolte di poesie partecipanti per la sezioni A (adulti).

La casa editrice Tomarchio Editore, dopo attenta lettura, ha decretato diciannove finalisti dai quali sono stati tratti i dieci vincitori.

La sezione B (giovani) ha visto un numero ristretto di partecipanti per la difficoltà di raggiungere le scuole visto il particolare periodo pandemico che abbiamo attraversato, la casa editrice ha comunque deciso di premiare quattro valorose giovani autrici: Emanuela Ferrara, Marika Nistea, Ginevra Puccetti, Melissa Bove.

Il premio per entrambe le sezioni è la pubblicazione della raccolta partecipante in una prestigiosa antologia.

Il Concorso nazionale Poetry Collection vi dà appuntamento all’anno prossimo con la seconda edizione.

Sottostante vi presentiamo nominalmente i diciannove finalisti del Concorso, e successivamente i vincitori con una breve citazione ripresa dall’antologia che sarà pubblicata a fine luglio.

I vincitori e finalisti sono invitati alla presentazione ufficiale delle due antologie nel mese di agosto presso Piedimonte Etneo, ai piedi dell’Etna.

FINALISTI SEZIONE ADULTI

Alessandra Ferrari

Guido Burgio

Claudia Ruscitti

Carlo Zanutto

Lorenzo Spurio

Martino Dulio

Marika Addolorata Carolla

Antonella Vara

Filomena Gagliardi

Maria Fedele

Anna Maria Ferrari

Massimo Scotti

Christos Sakellaridis

Nunzio Orto

Sergio Borghi

Graziella Genovese

Francesco Ferro

Maria Greco

Antonio Pelliccia

VINCITORI SEZIONE ADULTI

Claudia Ruscitti con la raccolta “Fragmenta”

Come uccelli di passo,

ali inquiete su fuggenti acque,

inseguiamo evanescenti arcobaleni

miraggi di un celeste approdo,

dove ancorare le nostre speranze.

Dov’è la vela che naviga sicura?

 

Lorenzo Spurio con la raccolta “Ritornello con le fate”

“La sera che ritorna, flessuosa

e seria, come lucido stendardo,

-compunta- dopo il viaggio

avanza sulla scala delle onde.”

 

Antonella Vara con la raccolta “Estro… versi”

“Sei ancora nel mio tempo

oggi

come allora

passi vaganti nei riflessi

di cieli distanti

sospesi tra il buio e la luce…”

 

Massimo Scotti con la raccolta “L’alba dei giorni perduti”

“Forse verrà.

Forse è già stata.

Anche il sole

sembra diverso.

Solo l’uomo,

preso e

racchiuso

dentro il suo ego”

 

Filomena Gagliardi con la raccolta “Una strana primavera”

“Un gesto iniziatico

apparentemente semplice:

segna il nostro andare

la nostra conquista

dello spazio.”

 

Francesco Ferro con la raccolta “Ossuti tralci”

“Il sorriso di una stella

risuona per l’argilla cotta di Urbino

rimbalza, imprevedibile, per l’acciottolato

risale rapido le ardite salite di Raffaello

accarezza le dolci colline a pan di zucchero”

 

Marika Addolorata Carolla con la raccolta “Salvezza”

“Ti ho persa senza rendermene conto

so che un giorno tornerai…

Unico mio sollazzo è saperti al sicuro

Non così lontana da casa.”

 

Christos Sakellaridis con la raccolta “Breccia”

“la corona del mare

gioca con le flotte

di inutili cose

alghe come striscioni

rifiuti feriti

sfilacciate conchiglie

corde molate”

 

Maria Greco con la raccolta “Versi in libertà”

“Un bacio rubato

 Per la via degli Artisti,

 sotto il cielo di Roma.

Carezze e poi giocare all’amore.”

 

Guido Burgio con la raccolta “Ti darò un raggio di sogno”

“son la mia carriera...

un mucchietto di sogni che brillano

in una notte oscura

tra il non saper che fare

e la mente di tuo padre che muore”

 

VINCITRICI SEZIONE GIOVANI

Emanuela Ferrara con la raccolta “Ritratto d'amore e forza di un'adolescente”

“Le ore son state ideate

Per essere vissute,

Non per essere contate,

E con te io mi perdo

In ogni singolo secondo”

 

Marika Nistea con la raccolta “Paradiso oscuro”

“Mi hai mandato in confusione;

illusione del canto delle sirene:

le fiamme graffiavano e io incantata strillavo,

danzavo martire e mi hai lasciata ai fucili.”

 

Ginevra Puccetti con la raccolta “Piccolo florilegio”

“Noi siamo i pazzi

nell’angolo della piazza,

noi siamo i pazzi che si lasciano andare

perché han paura d’amare.”

 

Melissa Bove con la raccolta “Piccoli pensieri”

“-Cos’è un diamante bianco-?

Vedo Qualcosa splende nel cielo.

Frutta di notte tra un manto di stelle.

Fa pensare…”

 

I vincitori saranno contattati via e-mail.

Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti!

I nuovi Contest sono online nella Categoria Attualità/Concorsi del Magazine.

 

Info

Sito Tomarchio Editore

https://www.tomarchioeditore.it/

Facebook Tomarchio Editore

https://www.facebook.com/Tomarchio-Editore-103044724670916/

Bando Poetry Collection 2020

https://oubliettemagazine.com/2020/03/23/poetry-collection-bando-di-partecipazione-al-primo-concorso-nazionale-della-casa-editrice-tomarchio-editore/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/07/01/vincitori-e-finalisti-del-concorso-nazionale-poetry-collection-2020/

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Intervista di Alessia Mocci al poeta russo Arsen Mirzaev: vi presentiamo Chiedo asilo poetico Mon, 06 Jul 2020 16:22:55 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/649031.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/649031.html Alessia Mocci Alessia Mocci “[…] amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.” – Arsen Mirzaev

 

Il vagare dei poeti non può che far ricordare quei celebri versi dello stimato Ugo Foscolo (“Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme/ che vanno al nulla eterno; e intanto fugge/ questo reo tempo, […]”) che contemplavano e cantavano alla sera ringraziandola per la pace prodotta proprio da questo vagare. Ed ancora ricorda quel vagare dell’Islandese in continuo dialogo con la Natura in contrapposizione ad un poeta che lasciò di rado la sua biblioteca sita a Recanati.

Nato a San Pietroburgo nel 1960, Arsen Mirzaev è poeta, critico e studioso di letteratura. All’attivo ha collaborazioni con diverse case editrici e riviste letterarie, con pubblicazioni di versi ed articoli.

La sua prima silloge è stata pubblicata nel 1994 ed è intitolata “Un altro respiro” (Drugoe dychanie), seguono nel 1996 “Oltre al resto” (Pomimo pročego), nel 2000 “I versi e i canti di Anton Kompotov (Stichi i pesni Antona Kompotova), nel 2001 “La musica della conversazione di innamorati sordomuti” (Muzyka razgovora vljublënnych gluchonemych), nel 2008 “L’albero del tempo” (Derevo vremeni) e nel 2015 “Vita a ¾” (Zizn' v ¾).

Da circa 15 anni organizza rinomate serate letterarie presso lo storico albergo Old Vienna situato dietro l’angolo rispetto ad uno dei monumenti più interessanti dell’arte russa la Cattedrale di Sant’Isacco costruita dal 1818 al 1858.

“Chiedo asilo poetico” è stato pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. Paolo Galvagni ne ha curato la nota finale e la precisa traduzione.

tutti/ tutti/ tutti si istupidiscono con gli anni// eccetto alcuni/ alcuni/ in verità –/ è una grandezza/ infinitamente piccola

 

A.M.: Salve Arsen, sono lieta di poter approfondire la sua conoscenza con questa intervista e la ringrazio per il tempo che mi dedicherà. Vorrei, se è possibile, geolocalizzare il poeta, chiedendole: San Pietroburgo è una città attiva artisticamente oppure lei è una delle poche eccezioni?

Arsen Mirzaev: Sono felice di salutarLa! Ringrazio per l'interesse che ha mostrato verso la mia modesta persona e il mio libro, tradotto da Paolo.

A Pietroburgo ci sono tanti poeti. Validi, anche vari. Ce ne sono di vivi, interessanti e di talento. E ci sono scribacchini, parolai e grafomani. I primi, mi pare, sono molto meno... Ahimè.

Così, San Pietroburgo. La città in cui sono nato, ma vi ho abitato solo dopo aver completato la scuola media a Vorkuta (il Nord, il Polo, negli anni '60 Vorkuta era davvero una città di banditi, una delle “capitali” criminali – come Kolyma e Magadan). Cioè dal 1977. E solo a San Pietroburgo (allora, certo, Leningrado) ho cominciato a capire che cosa fosse la vera poesia (anche se avevo provato a scrivere versi a scuola – avevo studiato non solo a Vorkuta, ma anche a Mosca, e a Gelendžik – e durante il servizio militare tra le file dell'esercito sovietico, in una cittadina nei pressi di Zagorsk). All'Istituto Geologico di Leningrado (LGI), a cui mi sono iscritto sotto l'influenza di mio padre geologo, parallelamente allo studio, dal primo anno, sono iniziate le lezioni al LITO (unione letteraria) del LGI, che era guidato da Michail Jasnov, noto poeta per l'infanzia e traduttore di poesia francese.  Poi ho avuto: il lavoro nella Casa degli scrittori leningradese; lo studio alla Libera Università (cattedra di poesia: 1989-1991); il lavoro come redattore (dall'inizio degli anni '90) – nell'organico e non – praticamente in tutte le case editrici pietroburghesi; comporre e redigere la rivista artistica letteraria samizdat “Sumerki” (1989-1995); il lavoro in giornali e riviste – pubblicista, giornalista e redattore; lo studio dell'eredità creativa dell'avanguardia russa dell'inizio del XX secolo (prima di tutto – Velimir Chlebnikov, Vladimir Majakovskij, Elena Guro, Tichon Čurilin, di cui ho preparato libri, commentandoli e pubblicandoli per varie case editrici di Mosca e San Pietroburgo); la partecipazione a conferenze scientifiche internazionali, dedicate all'avanguardia e alla letteratura contemporanea; la preparazione di varie antologie di poesia pietroburghese contemporanea; la cura e la conduzione di serate letterarie (letture poetiche, presentazioni di riviste e case editrici, serate di prosa, festival) – dal 2005. E così via. Non ricorderò tutto ed elencare tutto sarebbe troppo lungo. Ma, in un modo o nell'altro, tutta la mia vita è stata legata alla letteratura, ai libri, alla poesia. E tutti i miei amici in gran parte sono poeti, artisti, musicisti.

E la nostra vita era e continua a essere del tutto viva. Probabilmente alle peregrinazioni e ai viaggi (non sono solo festival poetici in diverse città e paesi, ma anche semplicemente viaggi “per il mondo”) dedichiamo non meno tempo che alla lettura di libri e composizione di versi nei nostri appartamenti e studi.

 

A.M.: Nella nota finale della raccolta “Chiedo asilo poetico”, il suo traduttore Paolo Galvagni scrive: “Siamo di fronte a una persona, la cui vita è legata in modo fatale alla poesia e si è tramutata in “esistenza letteraria”: non sa dove scappare. Quasi tutti i suoi versi sono organica-mente iscritti nella vita letteraria della Pietroburgo contem-poranea, coi suoi innumerevoli saloni letterari e altre amenità poetiche.” Si rispecchia in questa immagine?

Arsen Mirzaev: Dell'“esistenza letteraria” ho già scritto tanto, rispondendo alla prima domanda. Ma è solo una parte di me e della mia vita. Sì, sono “iscritto” alla letteratura, inserito in essa (anche ufficialmente: come membro delle unioni di scrittori, come portatore di cultura, compositore di antologie, redattore di riviste, membro di diverse giurie professionali, etc), si può dire che sia radicato in essa dalla testa ai piedi nei 35 anni della mia “letteraturovita” (la mia esistenza nella letteratura), occupandomi all'infinito di tutti i possibili studi, della preparazione di libri, conducendo ogni anno una quantità infinita di serate poetiche. Ma amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.  

 

A.M.: Nella lirica “Il giorno di San Valentino” si legge “[…] – diventare/ uno stupido geniale,/ […]” (“[…] – стать/ гениальным придурком,/ […]”), con questa immagine intende menzionare lo jurodivyj, figura del mondo ortodosso russo con significato di “folle in Cristo” o “santo idiota”?

Arsen Mirzaev: No, qui non avevo alcuna intenzione di fare un accenno agli “jurodyvie” russi, anche se mi interessano tanto. Avevo in mente un motivo di Van Gogh, la celebre storia col suo orecchio tagliato (abbastanza ironico e autoironico) la estrapola sull'“amato se stesso” l'eroe lirico di questa poesia.

 

A.M.: Da studioso di letteratura si è occupato dell’opera del poeta russo Velimir Chlebnikov (Oblast' di Astrachan', 9 novembre 1885 – Santalovo, 28 giugno 1922). Una breve poesia recita: “Preposto al servizio delle stelle,/ Io giro, come una ruota,/ Che s'invola all'istante sull’abisso,/ Che finisce sull'orlo del precipizio,/ Io imparo le parole.” Vorrei soffermarmi su “stelle”, “abisso” e “parole”: la vertigine è una condizione necessaria per il poeta?

Arsen Mirzaev: La mia “storia” con Chlebnikov, il grande Futurista, è cominciata circa quaranta anni fa, quando a me, studente della facoltà geologica dell'LGI, hanno chiesto di tenere una lezione su Velimir per gli studenti stranieri dell'Istituto geologico. Era il 1981 o 1982.

Nel 1986 ho partecipato alla conferenza (Fortezza di Pietro e Paolo, San Pietroburgo), dedicata al centenario di Velimir Chlebnikov. Poi ho prese parte a numerosi festival e conferenze scientifiche dedicate a Chlebikov e all'avanguardia letteraria dell'inizio del XX secolo, tenute a San Pietroburgo, a Mosca, a Parigi, a Helsinki, a Velikij Novgood, ad Astrachan', a Kazan', a Čeljabinsk, a Tver' e in altre città. Nel 2005 ho avuto la fortuna di pubblicare il libro Velimir Chlebnikov – serto al poeta (33 omaggi poetici a Velimir: ora ho preparato per la stampa la versione completa del Serto – più di 100 nomi di poeti noti, che hanno dedicato poesie al “Re del Tempo”). E tre anni fa il libro, da me composto e commentato “Il tempo – misura del tempo” (la cosiddetta “piccola prosa”: articoli, note, proclami, manifesti, diari, etc). Ho preparato altri progetti editoriali, legati ai Futuristi, che per vari motivi non erano ancora usciti.

A suo tempo il poeta Osip Mandelštam ha detto: “In Chlebinikov c'è tutto!”. – Per me era proprio così. “Il nostro tutto” – non è solo Puškin, ma anche Chlebnikov. E anche prima di tutto – Chlebnikov. Proprio lui mi ha fatto sentire che cosa sia la vera poesia, capire che cosa costituisce la sua essenza, amarla “per tutta la vita rimanente”. Una sola sua frase – per esempio, “Con un sorriso è chiaro, semplice/ Sollevo la vita/ ad altezza della mia statura” – poteva sconvolgermi, rafforzarmi – dall'esistenza (vitale, non letteraria), dalle “porcherie plumbee della vita”.     

 

A.M.: Oltre al futurismo ed alla avanguardia russa si è interessato di futurismo italiano? Quali sono gli artisti e poeti che ha apprezzato maggiormente e quali differenze ha potuto notare tra esponenti in Russia ed esponenti in Italia?

Arsen Mirzaev: Sì, certo, non si può trascurare la figura, potente, creativa e in molto contraddittoria, di Marinetti! Anche se da noi lo conoscevano proprio poco. E praticamente non lo pubblicavano. Ma ora sono pubblicati non solo i suoi proclami e manifesti, ma anche la poesia e la prosa – in russo. Cosa che non può non allietare. Sulle differenze tra i futuristi italiani e russi si è scritto più volte. Se approfondissi anch'io questo tema, sarebbe superfluo e occuperebbe troppo spazio e tempo. Ma voglio notare che anche l'avanguardia letteraria e artistica italiana mi interessa molto.

Nominerò solo alcuni nomi: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Fortunato Depero, Carlo Carra, Enrico Prampolini, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Gino Severini, Ardengo Soffici.

Non è il primo anno che con alcuni slavisti italiani tengo rapporti di amicizia. Oltre a Paolo Galvagni, a Lei noto, si tratta di Massimo Maurizio, Gabriella Imposti e Marco Sabbatini. Conosco altri slavisti solo da lontano: Stefano Garzonio, Carla Solivetti. Be', certo, bisogna anche aggiungere al tema “italiano” il fatto che nel 2018 per la mini antologia di poesia italiana contemporanea “Essere delle foto”, mi è capitato di tradurre i testi di Alfonso Maria Petrosino e Marco Miladinovic.

 

A.M.: Perché ci sono così pochi poeti buoni e vari?” почему же так мало поэтов хороших и разных?

Arsen Mirzaev: Avendo una certa esperienza di traduzione poetica da varie lingue, immagino bene come sia complesso rendere l'intonazione di un testo in lingua straniera (la cosa più semplice è il senso, se nella poesia è più o meno “trasparente”). Qui, in questi testi (come in molti miei altri versi) svolgono un ruolo significativo l'ironia e l'autoironia. È abbastanza complesso da spiegare. O si percepisce nel testo, oppure no.

 

A.M.: Successivamente alla pandemia ha intenzione di presentare “Chiedo asilo poetico” in Italia?

Arsen Mirzaev: Anch'io spero che prossimamente (tra un mese? due?) le frontiere saranno aperte e potremmo tutti relazionarci con libertà e apertamente – come prima. Sostengo in ogni modo l'idea di fare una presentazione in Italia. Ovvio, la presentazione (forse, più di una) deve avvenire anche in Russia. Possiamo organizzarla nel mini hotel letterario “Antica Vienna” nel centro di Pietroburgo, dove dal 2005 conduco le “Serate letterarie”, ormai diventate di culto per molti.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Arsen Mirzaev: Nel contesto di quanto detto sopra, di certo si confà congedarsi con questa quartina “antipandemica”: “Il gelo cosmico nella notte./ Alle finestre s'erge la sventura./ E da me il fuoco nella stufa,/ Il tè sul tavolo e nel cuore la felicità” (Vladlen Gavril'čik, poeta e artista, 1953).

E se permettete, con un'autocitazione: “i versi sono un bastone/ su di esso mi appoggio/ camminando/ in questa vita”.

 

A.M.: Arsen ringrazio per la schiettezza delle sue risposte e la saluto anche io con due citazioni. Prendo in prestito le parole di un suo connazionale fortemente ammirato in Europa, Fëdor Michajlovič Dostoevskij “Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri.” ed infine: “Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive.”

 

Written by Alessia Mocci

Info

Sito Macabor Editore

http://www.macaboreditore.it/

Acquista Chiedo asilo poetico

http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/110-chiedo-asilo-poetico

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/06/25/intervista-di-alessia-mocci-al-poeta-russo-arsen-mirzaev-vi-presentiamo-chiedo-asilo-poetico/

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Intervista di Alessia Mocci a Brina Maurer: vi presentiamo Vocabolari e altri vocabolari Tue, 09 Jun 2020 21:04:38 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/644143.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/644143.html Alessia Mocci Alessia Mocci Si dovrebbe smettere di chiamare “bestie” gli animali e “padroni” le loro umane metà. Non si è mai abbastanza sensibili e parlare è già un modo di agire. C’è da inorridire sfogliando i vocabolari, notando come certe definizioni offensive, attribuite a termini concernenti il mondo animale, siano ancora in circolazione.” – Brina Maurer

Brina Maurer pone al lettore una riflessione importante sul linguaggio, su come le parole abbiano assunto un uso dispregiativo (bestie) o di possesso (padroni), su come l’essere umano lo adoperi per allontanarsi dallo status di animale disprezzando in realtà ciò che è.

L’interesse dell’autrice si pone sulle somiglianze tra animale ed animale, tra umano e cane per l’esattezza, in uno studio profondo di ciò che fa l’uomo e ciò che fa il cane. “Corrispondenze continue” nel sentire e nell’agire annotate dettagliatamente in pagine e pagine di diari.

Brina Maurer (pseudonimo di Claudia Manuela Turco) è nata il 15 dicembre 1970 e vive nella campagna friulana. Si è laureata in Lettere e Filosofia (Conservazione dei Beni Culturali) con lode, è stata giornalista pubblicista ed è poeta, romanziere, diarista, biografa e critico letterario. 

Vocabolari e altri vocabolari” è stato pubblicato a giugno 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, con elaborazione grafica su fotografia di Marco Baiotto. La prefazione è stata curata da Lucia Gaddo Zanovello.

“[…] Passano gli anni,/ e l’ipersensibilità/ è sempre più indesiderata./ Nulla da denunciare,/ nulla da dichiarare./ L’importante è/ non creare problemi.// […]” “Isa-bella addormentata in ospedale”

 

A.M.: Brina, la ringrazio per il tempo concesso in questa intervista e mi complimento per questa sua nuova raccolta dal titolo “Vocabolari e altri vocabolari”. Dovrebbe essere il ventiseiesimo?

Brina Maurer: Ringrazio innanzitutto lei, dott.ssa Alessia Mocci, per l’invito a partecipare a questa intervista e per aver letto Vocabolari e altri vocabolari.

Sono poeta, romanziere, diarista, biografa e critico letterario e sono stata giornalista pubblicista. All’attivo ho pubblicazioni di vario genere, per argomento ed estensione. Risulta, pertanto, alquanto difficile quantificarle. Penso sia ragionevole dire che ho scritto circa 25 libri, più di 200 articoli e oltre 4.500 pagine manoscritte. E molto altro, che però ho distrutto.

I cani sono la mia vita. Il 25 giugno 2007 ho adottato Glenn (Lord Glenn). A lui ho dedicato un Ciclo di oltre 1600 pagine di narrativa intrecciata alla diaristica. Il 1° agosto 2011, invece, è avvenuta l’adozione di Mughetto (Mr. Mughy), un cane altrettanto speciale, al quale ho dedicato 42 diari, di cui 38 manoscritti. Entrambi mi hanno salvato la vita, restituendomi la gioia rubatami dagli umani, moltiplicata all’infinito. Grazie a loro la mia esistenza non è stata solo orrore ma anche magia.

A lungo ho scritto combattuta tra due fuochi: Vittorio Alfieri e Lord Byron. Anche loro nutrivano una forte passione per gli animali e la loro opera, come la mia, non può venire separata dalla loro vita. Ora, però, i miei due fuochi sono Lord Glenn e Mr. Mughy. Mi hanno ispirato atmosfere da romanzo romantico e da fiaba.

Se potessi ritornare indietro, eviterei di scrivere alcuni testi che ho pubblicato, anche se è vero che a loro modo sono serviti per arrivare alla meta. Non si possono mettere sullo stesso piano, per esempio, i miei contributi di critica e le opere dedicate ai miei adorati cani. Dei primi si potrebbe tranquillamente fare a meno, le seconde sono necessarie. Ho saputo di alcuni cani anziani e malati che sono stati salvati proprio grazie alla lettura delle storie di Glenn e Mughy. Ciò dà senso a tutto il mio lavoro, a tutte le mie fatiche, a quel mio disperato farmi male fisicamente e mentalmente per scrivere.

Sin da bambina non ho mai desiderato di diventare una scrittrice, ma ho sempre saputo di esserlo e di non poter fare diversamente. Cosa che non ho mai vissuto come un dono, bensì come una maledizione.

Con la scrittura mantengo un rapporto di amore-odio. Cerco la poesia anche nella prosa, tra “frecce di luce” (il trionfo della bellezza sul dolore) e “dardi avvelenati” (sono entrambi titoli di mie sillogi poetiche).

Sin da bambina sono stati i cani a insegnarmi cosa sia la poesia. La poesia è qualcosa che è nell’aria, e aspetta di essere colta, di venire catturata. Non considero la parola come strumento necessario alla poesia. Se «il poeta è la più impoetica delle cose che esistono» (J. Keats), il cane è l’essere più poetico. Fantasioso, sempre curioso e mai noioso.

 

A.M.: Ammetto che il titolo della raccolta mi ha lasciata stranita per la ripetizione di “vocabolari”. La copertina, però, giunge in aiuto al lettore con la fotografia di una donna e di Mr. Mughy.

Brina Maurer: Il titolo della silloge – Vocabolari e altri vocabolari – deve sicuramente qualcosa a Colori e altri colori di Fabrizio Dall’Aglio (Passigli, 2014) e in esergo compare la domanda «chi v’ha dotato di lingua nelle code?», tratta dal Compendio di retorica di Daniele Gorret. Nutro un rapporto di amore-odio anche con la lettura, raramente mi piace qualcosa di quello che leggo (e leggo tantissimo), ma adoro questo libro edito nel 2008 da Campanotto.

Ci sono vocabolari consacrati e vocabolari più o meno “clandestini”. La lingua degli animali è un po’ come i dialetti: piena di dignità, ma calpestata.

Con i miei cani non sono mai stata zitta, se non quando dormivano, e loro hanno sempre interagito con me, cercando di rispondermi non soltanto nella loro lingua, ma anche sforzandosi di farmi capire in altro modo, con altre “parole”, quando restavo perplessa. Con loro ho potuto notare “corrispondenze” continue tra quello che fa l’uomo e quello che fa il cane. Ognuno ha la sua personalità e il suo bagaglio di esperienze, e quindi ognuno fa un uso personale della lingua, e molto dipende dall’interlocutore, da quanto l’essere umano sia disposto ad ascoltare. Imparare a parlare con il proprio cane è come imparare una lingua straniera, per certi aspetti.

Personalmente considero la parola più un limite che un dono. Genera molti malintesi. Quel che significa “amare” per qualcuno, può avere significato diametralmente opposto per qualcun altro. Si dovrebbe smettere di chiamare “bestie” gli animali e “padroni” le loro umane metà. Non si è mai abbastanza sensibili e parlare è già un modo di agire. C’è da inorridire sfogliando i vocabolari, notando come certe definizioni offensive, attribuite a termini concernenti il mondo animale, siano ancora in circolazione.

L’uomo crea gerarchie di continuo, e competizione. Così non si coglie il vero senso della vita, non si apprezza quel poco che veramente conta, si disprezza quanto ha più valore.

L’intelligenza pratica degli animali viene strumentalizzata per sfruttare gli animali stessi. Ma siamo tutti animali. E non tutti possono essere Einstein, non tutti vogliono andare sulla luna, non tutti sono curiosi o fantasiosi… Come ho scritto in Neraneve e i sette cani – Storia di antiche violenze (Italic, 2018, prefazione di Luigi Fontanella), se l’uomo disponesse dell’olfatto del cane, diremmo che l’intelligenza risiede nel naso.

Per la stesura di Vocabolari e altri vocabolari, avvenuta tra il 14 e il 23 aprile 2020, sono stati necessari molti anni di gestazione. Determinante, il lavoro diaristico iniziato nel 2007 e proseguito sino al 2020, condotto con passione e ostinazione insieme a Glenn e Mughetto.

La stesura effettiva è stata così rapida, perché all’improvviso ho realizzato che era questione di vita o di morte. La mia esistenza e la scrittura sono sempre state inscindibili. La pandemia ha esacerbato un malessere di fondo, accelerando il processo creativo. Non potevo saperlo, ma un paio d’ore dopo aver finito il libro, infatti, è successo qualcosa per cui in seguito non avrei più potuto concluderlo. Il piano originario era di 20 poesie, poi ristretto a 12, poi a 10. Il pomeriggio del 23 aprile capii che non potevo andare oltre. Troppo doloroso. E lo sarebbe stato anche per un lettore sensibile.

Le notizie di cronaca che mi hanno più colpito nel corso degli anni si sono sedimentate nella coscienza, per non abbandonarla più, continuando a tormentarmi. Mi risultava assolutamente intollerabile pensare che a Mughetto sarebbe potuto succedere qualcosa di simile. Dovevo scrivere questo libro per lui, per Glenn e per tutti gli indifesi come loro.

Per i “Diari di Mr. Mughy” ho svolto un lunghissimo e faticosissimo lavoro, insieme a Mughetto. Mentre continuavamo tale stesura (lui vivendo scriveva), negli ultimi tempi vi ho sovrapposto anche un lavoro di rilettura e una riflessione sul tutto a livello formale (finalizzato comunque solo a una lieve limatura), usando molti vocabolari, grammatiche e qualche enciclopedia. Questo approfondimento sulla lingua mi ha consentito di mettere meglio a fuoco l’argomento e il titolo del libro (Vocabolari e altri vocabolari). In origine avevo pensato a Scarpine da surf, lavorando sulle fiabe, ma così l’orizzonte sarebbe risultato alquanto limitato. “Scarpine da surf”, allora, è diventato il titolo di una poesia.

L’aver imparato abbastanza bene la lingua canina, mi ha invogliato a cercare di capire meglio anche la lingua italiana, mi ha invogliato a riscoprirla, a guardarla con occhi nuovi, a sentirla con orecchi diversi. Durante le mie ricerche emergevano non poche contraddizioni e discordanze, talvolta errori evidenti. Mentre osservavo come la lingua sia cambiata nei suoi vari usi nell’ultimo mezzo secolo e come tali cambiamenti siano stati registrati nelle varie grammatiche, mi sono resa conto che spesso quanto veniva considerato “errore” quando frequentavo il liceo o l’università, nel tempo è stato riassorbito nel “sistema”. A volte invece mi sono resa conto di aver avuto, a quei tempi, alcuni professori davvero moderni, perché certi loro insegnamenti vengono tuttora considerati “scelte ardite”.

La fretta del nostro tempo ha lasciato traccia anche nei vocabolari più apprezzati: alcuni termini liquidati con poche righe, altri presentano definizioni ed esempi infiniti ma non esaustivi seguendo un ordine che pare casuale, disomogeneità nello strutturare le voci, errori di battitura, casi in cui la definizione del termine A rinvia alla definizione del termine B, la cui definizione rimanda alla definizione del termine C, che a sua volta fa riferimento alla definizione di A, così il cerchio si chiude senza, in realtà, aver definito veramente le singole voci...

Gli esperti della lingua non di rado si affidano a Google per dare una risposta alla persona comune, semplicemente facendo un discorso statistico, matematico. Purtroppo trovo troppi “ragionieri della lingua” tra le persone comuni, incapaci di vedere che “l’errore”, o la volontaria eccezione alla regola, può avere una precisa funzione espressiva.

Tutto ciò mi ha fatto apprezzare ancor di più la bellezza e limpidezza del Vocabolario di Mughetto e dei cani in generale!

Inoltre, per riuscire a scrivere, per me rimangono fondamentali, per creare un distacco seppur minimo dal dolore, l’arte contemporanea, la storia dei giardini e l’architettura. Mi aiutano a creare degli argini. Vocabolari e altri vocabolari contiene riferimenti, oltre che al mondo delle fiabe e ad altre mie opere e a opere altrui, anche a tali ambiti di ricerca.

Perché possa scrivere un libro devono convergere tantissimi elementi di diversa origine. Ho una visione d’insieme e sento che, cose che sembrerebbero non poter stare vicine o sovrapposte, invece devono incontrarsi. All’improvviso tutto va a posto, ma è una lotta all’ultimo sangue.

Scrittura e lettura sono due facce della stessa medaglia, che è la vita: dare e ricevere, ascoltare e parlare. Tra le tante letture fatte poco prima di iniziare la stesura effettiva di Vocabolari e altri vocabolari, posso ricordare Le cose del mondo di Paolo Ruffilli (Mondadori, 2020), opera esemplare per chiarezza di visione e capacità di sintesi. Non viene mai persa la profondità del dettaglio. Non è mai possibile sapere che cosa o chi mi aiuterà a “sbloccarmi”, per poter iniziare a scrivere. Stavolta mi ha aiutato a trovare la giusta concentrazione, la visita virtuale della Rothko Chapel, che ho potuto fare grazie al volume di Alessandro Carrera Il colore del buio (Il Mulino, 2019).

In breve, se sono riuscita a scrivere il libro in soli 10 giorni, lo devo al lavoro portato avanti ogni giorno per anni e anni insieme a Mughetto. A essere sincera considero lui il vero autore. Senza di lui non avrei mai scritto Vocabolari e altri vocabolari. È stato lui a ispirarli, a farmi riflettere, a farmi capire. Lui mi ha insegnato tanto e mi ha anche guidato. Considero i diari di cui ho curato la stesura tra il 2007 e il 2020, opere scritte vivendo, opere lasciatemi in eredità da Glenn e Mughy. Non potevo ricevere dono più grande del tempo trascorso con loro e i diari non sono “miei”, bensì la loro biografia.

La fotografia in copertina ritrae me e Mughetto ed è stata scattata da mio marito Marco Baiotto. Ho la fortuna di poter disporre delle sue sempre sincere critiche, nelle fasi finali dei miei lavori. Da soli non si va lontano. Senza di lui non avrei mai potuto adottare Glenn e Mughy, e senza di loro tre non avrei scritto i miei libri più importanti.

 

A.M.: Nella prefazione, Lucia Gaddo Zanovello scrive: “Gli umani si comportano in modi diversi con gli animali, ma alcuni di loro non li rispettano e molti ancora purtroppo non si preoccupano minimamente di come vengano trattati, nemmeno quando vengono torturati.” È in accordo con questa affermazione?

Brina Maurer: Sì, sono d’accordo. Molti dicono di amare gli animali ma, se si scava, si scopre che intendono l’amare gli animali in modi ben diversi, persino contrastanti. Inoltre, il discorso rientra in quello più ampio della violenza in generale, sia fisica che psicologica, soprattutto sugli indifesi. Non scrivo mai di animali per parlare solo dell’uomo. Ci tengo a precisarlo, perché non di rado ho letto libri in difesa di tutti gli esseri viventi, poi presentati da alcuni recensori in un’ottica di puro beneficio per l’uomo. Questo è un grande problema. Costanti della mia poetica sono: il voler dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene, l’umanità degli animali, l’animalità dell’uomo, la dimensione di solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.

Quando ascolto certi discorsi sulla difesa dell’essere umano e dei suoi diritti, sento quasi sempre un pugno nello stomaco, perché non si dovrebbe parlare degli “animali umani” comportandosi come se gli “animali non umani” non esistessero. Si dovrebbe sempre focalizzare il discorso sugli “esseri viventi”, nella loro totalità.

In Vocabolari e altri vocabolari, il personaggio di Isabella è un esempio di come spesso vengono trattati male gli esseri umani, indipendentemente dall’età e dal sesso, dagli altri umani.

Non di rado il peggior nemico del bambino malato è il bambino sano, e la madre che sbatte il cane fuori di casa per pigrizia, perché le pesa pulire un po’ di più, in realtà non vuole bene né al cane, né al bambino. I bambini istintivamente amano gli animali e la loro armoniosa convivenza consente una crescita equilibrata, senza bisogno di droghe o alcol per sfuggire a una tetra realtà.

Le brutte cose che spesso la gente mi diceva in presenza di Glenn (ferendo entrambi), perché adottato già anziano, zoppo, cieco e con problemi di cuore, non erano diverse dalle frasi che la gente diceva a mia madre in mia presenza, quando ero una bambina malata, facendo come se io non esistessi o non potessi capire. Quasi mai ho conosciuto qualcuno in grado di amare gli animali e non gli umani. Invece ho conosciuto tantissime persone capaci di fare del male sia agli animali che alle persone.

Il testo della prefazione di Lucia Gaddo Zanovello in origine era il testo della quarta di copertina. Ho voluto io che diventasse prefazione perché, a causa della rilevanza del messaggio e della gravità del contenuto del libro, non avevano importanza eventuali considerazioni sul mio percorso poetico e sugli aspetti stilistici dell’opera. Questa introduzione, priva di inutili fronzoli, focalizza l’attenzione sulla sofferenza degli animali, anche se i miei libri parlano sempre di violenza e sofferenza in generale. Ma, mentre per l’uomo abbondano le occasioni di riflessione in difesa dei suoi diritti, per gli animali il fenomeno è ancora purtroppo molto ristretto. Quindi, non si possono sprecare le opportunità che si presentano.

 

A.M.: Nel primo componimento che dà il titolo alla raccolta si legge: “[…] E le inversioni inattese:/ la religione come scienza,/ la scienza come religione,/ la preghiera che offende come bestemmia,/ la bestemmia che vuol essere preghiera,/ la folle o profetica allucinazione.// […]”. Perché il mutare della società umana è un rovesciamento?

Brina Maurer: Forse perché spesso ci si fossilizza tra due possibilità, come se si fosse a un bivio, e, accertato che una delle due sole scelte ritenute possibili non era quella giusta, si passa all’altra. Può sembrare più facile ripartire da zero, piuttosto che salvare il salvabile per poi proseguire correggendo la direzione. Così, però, ci possono essere enormi sprechi. Un orientamento rivelatosi fallimentare fa spesso fuggire nella direzione opposta. Quasi come un gatto che, salito sulla stufa accesa, non vuole più salire nemmeno sulla stufa spenta.

Nei versi citati faccio riferimento a chi cerca di imporre agli altri la propria fede come se fosse una verità di scienza e a chi, al contrario, abbraccia la scienza come un credo religioso, senza lasciare spazio ai sogni, alla speranza e all’immaginazione, soprattutto degli altri.

Nella società umana non mi sono mai sentita rappresentata. Ma non me la sento di puntare il dito contro la classe politica, o meglio, avrei qualcosa da ridire non soltanto contro di essa. Infatti, mi sorprende che siano state fatte certe conquiste a livello legislativo, perché, se fosse dipeso dall’uomo o dalla donna “comune”, tutto ciò probabilmente non sarebbe stato possibile.

 

A.M.: Nel componimento “Ho ucciso” si legge: “[…] Io, assassina.// Per giorni sotto shock,/ confidandolo a tutti./ Cercavo un tribunale cui affidarmi,/ una cella in cui nascondermi.// […]”. Versi che si contrappongono ai successivi nei quali l’interlocutore non si affligge per la morte accidentale ma la giustifica con un semplice: “Capita”. Mettendo l’accento sulla differenza di sensazione tra gli esseri umani davanti ad una stessa esperienza, se da un lato troviamo l’Io poetico che si angoscia per lo sciagurato incidente dall’altro troviamo un “capita” ed una gattara che propone un improponibile suicidio. Perché l’essere umano è in conflitto con la morte?

Brina Maurer: L’episodio che ha ispirato la poesia è realmente accaduto. La vittima, un gatto investito accidentalmente da un’automobile. Mentre chi guidava e chi gli stava accanto, come è giusto che sia, si sentono responsabili e il passare del tempo non potrà cancellare quel ricordo, che è trauma, altri minimizzano. Qui il problema non è tanto la legge che non è abbastanza severa, perché chi ha causato la morte avrebbe voluto qualcuno cui potersi consegnare e i sensi di colpa non spariranno, bensì l’incapacità di capire, da parte di chi vorrebbe consolare rendendo il peso che grava sulla coscienza più sopportabile, che questa non è la via da seguire.

Né la religione, né la scienza, per quanto mi riguarda, offrono un supporto adeguato, per poter affrontare con un minimo di serenità l’idea della morte e il lutto. Personalmente ho trovato appiglio nelle sincronicità junghiane, che sono un fatto intimo, che non va dimostrato a nessuno, né gli altri devono crederci.

Inoltre, la scrittura consente la creazione di un ponte tra il mondo materiale e l’aldilà o l’invisibile. E la poesia può essere paraurti, e non semplicemente “per paraurti” (cfr. Alessandro Carrera, Poesie per paraurti, Mobydick, 2012).

Se si imparasse ad affrontare la morte senza troppa sofferenza, si imparerebbe anche a vivere meglio.

Ovviamente ci sono individui che, grazie a un particolare tipo di vissuto, possono andarle incontro senza troppe ansie. Ogni caso è a sé. Non bisogna mai appiattire l’esperienza di qualcuno su quella di qualcun altro.

Poiché «Il tempo non continua», si deve sperare «Che tutto avvenga per miracolo/ e quel piede che schiaccia/ diventi alato», come ha scritto Luigi Fontanella ne La morte rosa (Stampa 2009, 2015). Anche se ci si chiede «A chi resterà questo Tutto?/ Per chi questa ripetizione sfuggente?» (ancora Luigi Fontanella, in Round Trip, Campanotto, 1991) e anche se resta solo «il pensiero pensato della rosa», «intanto è geiser,/ soffione boracifero, spumante», come afferma, ne Le cose del mondo, Paolo Ruffilli.

In realtà, come ho avuto modo di osservare in Vocabolari e altri vocabolari, dobbiamo difenderci dalla vita e non dalla morte. Molto più terribile del morire considero, infatti, il dover sopravvivere a chi più amiamo e che più ci ha amato. Come ha scritto Bonifacio Vincenzi ne La vita della parola (Macabor, 2020), «Mi distrugge la consapevolezza/ del tuo involontario commiato», «Saperti in un posto inimmaginabile»«resto fermo/ in attesa di un prodigio»«se ti allontani/ dai miei pensieri/ non c’è giallo di ginestre/ né battito d’ali/ o azzurro di cielo/ che non mi riporti/ la tua voce». Qui colgo l’occasione per ricordare anche una citazione che può dare un po’ di conforto, inserita nel medesimo volumetto: «La consuetudine del nome/ mi rassicura della tua esistenza –/ giustifico il silenzio/ con l’incapacità dei sensi» (Pino Corbo).

 

A.M.: Nel componimento “Fiabe in fiamme” si legge: “[…] Sbagliare non può voler dire/ godere nel far soffrire qualcuno/ davanti ai propri occhi,/ con le proprie mani.// […]”. Nella strofa precedente un verso risponde in modo esaustivo: “qualcuno ha partorito e cresciuto”. La società dell’urbano ha mutato profondamente i suoi insegnamenti così da lasciare i figli in mano ai soli genitori, rispetto a situazioni di più ampio respiro nelle quali gli anziani istruivano sui costumi del bene e del male. Ritiene che per l’essere umano ci possa essere redenzione?

Brina Maurer: Ho dovuto scrivere “Fiabe in fiamme” dopo aver letto di un povero cane torturato con il fuoco. Accidentalmente vidi le fotografie in Internet. Era un pomeriggio in piena pandemia. Provai un dolore insopportabile e, in ginocchio, piangendo disperata, continuavo a dire: “Cosa ti hanno fatto? Cosa ti hanno fatto?”. Mughetto (era nella stanza accanto), avendo subito capito che qualcosa mi aveva sconvolto, venne da me preoccupato. Non sono più riuscita a togliermi dalla testa quelle immagini. In seguito le ho sovrapposte al ricordo di altri delitti analoghi, avvenuti nel corso del tempo. Di uno in particolare, verificatosi in Friuli, le immagini viste al telegiornale dopo tanti anni ancora mi perseguitano.

Alle parole occorre far corrispondere dei contenuti precisi. Le astrazioni non aiutano. Ricerca di redenzione, a seguito di cosa? Se un bambino ha messo e fatto esplodere dei petardi nelle mutandine di una bambina o nel naso di un cane o di un gatto accecandolo e spappolandogli la faccia, sinceramente il mio primo pensiero va alla bambina e al cane o gatto. Pochi si preoccupano per le vittime. Prima di tutto occorre fare in modo che quel bambino non costituisca mai più un pericolo per nessuno.

Occorre distinguere tra errore, cattiveria e malattia mentale.

Per le possibilità di redenzione e per il ruolo rieducativo delle carceri, non c’è una regola generale. Occorre considerare caso per caso. Mi vengono in mente Le stanze del cielo di Paolo Ruffilli (Marsilio, 2008), dedicate “a quanti hanno perduto per colpa propria o altrui la luce della loro libertà”.

Di certo i genitori hanno responsabilità per quello che fanno i loro figli minori. La scuola non può molto, se poi il bambino/ la bambina o il ragazzino/ la ragazzina rincasando trova un padre violento, una madre ubriaca, il nonno molestatore, una nonna che picchia il cane o altra situazione analoga.

Il carnefice può essere stato vittima a sua volta oppure no. Non tutte le vittime che hanno subito le stesse atrocità diventano mostri. Credo che, a fronte di certi delitti commessi, lo stesso “autore” del crimine, se prendesse veramente coscienza di quello che ha fatto, per primo chiederebbe l’eutanasia o cercherebbe di togliersi la vita.

Di recente ho sentito un’esperta della psiche dire che l’essere umano stenta persino a cambiare tipo di formaggio quando va al supermercato, quindi è ben comprensibile quanto sia difficile, se non impossibile, un effettivo cambiamento a fronte di certe efferatezze compiute. Ritengo, come viene insegnato in alcuni manuali di scrittura creativa, che il personaggio, per poter cambiare, debba possedere il tratto del cambiamento nella propria personalità.

In “Bambini di serie B” (racconto lungo, contenuto in Glenn amatissimo – Il cane che mi salvò la vita, Il Ciliegio, 2013) si può leggere di una bambina che ha maltrattato una cagnolina (fatto realmente accaduto), a causa di una visione distorta della realtà, e che poi è riuscita a cambiare completamente. Fu la stessa cagnolina a darle una grande lezione di vita, dandole la zampina anziché restituire il male ricevuto.

Come ha scritto Ivano Mugnaini, introducendo alla lettura di Come un bruco assetato di cielo di Marco Baiotto (Macabor, 2018): «Ci si salva, nel frangente in cui ci si accorge che tutto è “feribile”. Perché tutto respira, ha una pelle, degli organi, tutto è organismo, un insieme, regolato da totalità e trasformazione. Tutto è feribile perché tutto è vivo. Ed ha la stessa sostanza di cui anche noi siamo fatti. Noi, le formiche, le farfalle che ci sono e che verranno, e il bruco che, proprio come noi, ha il corpo e la mente tra il terreno e il cielo, tra carne e pensiero, realtà e sogno, fatto anch’esso di materia pulsante, e quindi feribile, anch’esso».

Nel corso del tempo ho conosciuto alcune persone che hanno rovinato la propria vita per colpa della droga. Hanno iniziato a fare uso di stupefacenti, perché non riuscivano ad accettare le ingiustizie del mondo. Inoltre, non avevano nessuno con cui poter parlare veramente. Non sono finite dietro le sbarre, ma la loro prigione è un’altra.

Non è questione di dimenticare o perdonare. Le colpe non si cancellano. Occorre diffondere libri che aiutino veramente a cambiare la mentalità della gente, a diventare più sensibili, più attenti alle esigenze degli altri. Occorre agire alla radice del problema, ma è un processo lungo.

Soprattutto è e sarà sempre necessario essere accoglienti e protettivi nei confronti degli esseri più fragili.

I genitori dovrebbero fare autocritica e non offendere, per autoassolversi, chi, per esempio, non ha figli e gli fa giuste osservazioni. Non è vero che fare il genitore è il mestiere più difficile in assoluto. Dipende da che genitore e che figlio entrano in relazione. Quello che è facile o difficile per qualcuno, non è detto che lo sia anche per qualcun altro. Lo stesso vale per chi ha cani. Certo, basta un attimo di distrazione e può avvenire la catastrofe, come con i bambini. Ma se un cane, che è stato avvelenato nel cortile di casa sua, non fosse stato lasciato da solo all’esterno per chissà quanto tempo, come un antifurto, magari non gli sarebbe capitato nulla di male. Non è un obbligo, né mettere al mondo figli, né adottare cani. Se non ci sono i presupposti per tenerli bene, è meglio fare altro.

La più grande fortuna di Mughetto, prima di incontrarci, è stata quella di rimanere in un canile dove veniva trattato bene. Non vorrei essere al posto di chi deve decidere se accogliere o meno una richiesta di adozione. Certa gente sa fingere molto bene.

Tutti dovremmo esercitare costantemente l’autocritica, per fare sempre meglio. E se qualcuno ci consiglia bene ma ha agito male, non è una buona ragione per agire male anche noi.

 

A.M.: Durante gli ultimi mesi, a causa della pandemia, tanti scrittori hanno optato per una presentazione online dei libri con dirette sui social network. Utilizzerà anche lei questa via oppure, con l’arrivo della bella stagione estiva, proporrà una presentazione all’aperto?

Brina Maurer: Purtroppo la pandemia al momento mi rende ancora impossibile qualsiasi forma di programmazione. Dipenderà dall’evolversi della situazione, sia per il discorso delle presentazioni, sia per la partecipazione ai concorsi. In ogni caso, il sito di Macabor Editore e la relativa pagina Facebook terranno aggiornati i lettori.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Brina Maurer: Ringraziandola ancora, saluto cordialmente lei e i lettori, ricordando una battuta di Yul Brynner in Anastasia: “Quello che è difficile per gli altri è semplice per me, ma quello che è semplice per gli altri per me è impossibile”.

 

 

A.M.: Brina, chiudendo questa profonda e sincera intervista vorrei sottolineare una sua affermazione iniziale perché penso possa essere di grande aiuto: “Entrambi mi hanno salvato la vita, restituendomi la gioia rubatami dagli umani, moltiplicata all’infinito.”. “La gioia rubatami dagli umani”, prendere in mano il proprio presente e comprendere con quali esseri percorrere la propria vita, prendersi cura di sé e dell’altro. Lord Glenn e Mr. Mughy sono stati fortunati ad aver trovato lei come compagna di vita, così come lo è lei nella medesima misura. La saluto con le parole dello stimato Carl Gustav Jung: “Lodare e predicare la luce non serve a nulla, se non c’è nessuno che possa vederla. Sarebbe invece necessario insegnare all’uomo l’arte di vedere”.

 

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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Fonte

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Intervista di Alessia Mocci ad Ilaria Grasso: vi presentiamo la raccolta Epica Quotidiana Tue, 19 May 2020 20:12:22 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/638924.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/638924.html Alessia Mocci Alessia Mocci Ad ora la poesia è una bomba disinnescata. Chi inviterebbe un poeta in un programma televisivo o lo inserirebbe in una organizzazione come fece Olivetti con Sinisgalli? Nella migliore delle ipotesi spesso vi si dà un ruolo consolatorio che però si rivolge comunque a pochi. Al poeta dunque non rimane che fare ciò che il giornalista non può o non vuole fare e cioè sollevare questioni. In altri fare da portavoce, come ho provato a fare in Epica Quotidiana.” – Ilaria Grasso

Una bomba. Un’arma senza munizioni. “La poesia è una bomba disinnescata”.

Ilaria Grasso con accento polemico (πολεμικός) pone davanti agli occhi l’evidenza dell’assenza del poeta dai programmi televisivi di attualità e cultura e dalle imprese, e ci ricorda dell’ingegnere e politico italiano Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901 – Aigle, 27 febbraio 1960) che nel 1938 assunse il poeta Leonardo Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) come responsabile dell’Ufficio tecnico di pubblicità. Olivetti innescò la bomba (βόμβος). Ed il poeta fece gran rumore con le vetrine ed i manifesti pubblicitari che anticiparono di vent’anni il movimento artistico Pop-Art.

Originaria di Lucera in provincia di Foggia, Ilaria Grasso vive a Roma da anni, città nella quale lavora come impiegata. Da osservatrice sensibile ai bisogni ed ai mutamenti della società, compone versi e collabora con portali online quali “Carteggi Letterari”, “Poetarum Silva” e “Zest Letteratura Sostenibile”. 

Epica Quotidiana” è stato pubblicato nel 2020 da Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, con l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. La prefazione è stata curata dal poeta Aldo Nove.

In autobus al mattino la gente stanca/ sale per andare a guadagnarsi il pane.// Avanziamo isolati dai vetri di una bottiglia/ traboccante di una moltitudine di disperati.// […]– Ilaria Grasso

 

A.M.: Ilaria, la ringrazio per il tempo concesso in questa intervista e mi complimento per questa sua nuova raccolta dal titolo “Epica Quotidiana”. Rivolgendoci per un attimo al passato: qual è stato il suo primo passo in editoria?

Ilaria Grasso: Grazie a Lei perché in queste domande trovo molta cura nella lettura della raccolta da parte sua e anche la volontà di iniziare un dialogo artistico e culturale sul tema del lavoro e della contemporaneità. Era uno degli effetti che auspicavo con la pubblicazione di “Epica Quotidiana”. Ad oggi riscontro una scarsa capacità di concentrazione e una mancanza di volontà o di contenuti del e nel dialogo. Siamo come persi in una logorrea infodemica senza precedenti che ci impedisce ascolto profondo e capacità di cooperare dialogando. Succede a tutti, me compresa. Trovo sia intellettualmente onesto fare questa premessa prima di partire con l’intervista.

Bene, iniziamo!

Il mio lavoro inizia con la plaquette dal titolo “Le mie verdi miniere di sale”. Era una riflessione sul dolore e aveva senz’altro una radice più intima e intimista ma aveva già in nuce alcune tematiche del lavoro e di una di quelle che considero una delle tante lotte che dobbiamo mandare avanti e cioè la questione femminile. E in questo quadro considero donne anche le donne che non sono nate femmine biologicamente. Ma ritorniamo all’editoria, cosa a volte diversa dalla letteratura. La letteratura per me si compone di tre parti. Una è fatta da chi scrive, l’altra da chi legge, la restante parte è tutta evocazione e mistero e imprevedibile sorpresa. Rappresenta infatti ciò che ti trovi a scrivere e che nasce scrivendo o ciò che ti trovi a pensare leggendo. Le mie verdi miniere di sale ed Epica Quotidiana sono state pubblicate senza la richiesta di alcun contributo da parte mia. La plaquette è stata pubblicata da Arduino Sacco Editore, una piccolissima casa editrice che ha scommesso sui miei versi; lo stesso ha fatto Macabor Editore per Epica Quotidiana. Ho mandato la mia raccolta a svariati editori e in molti mi hanno richiesto contributi fino a mille euro o hanno risposto che la raccolta, pur nella sua validità, non era nella loro linea editoriale. Ero sul punto di affidarmi a una buona tipografia e prepararmi a inviare la raccolta alle varie redazioni affinché raggiungesse i lettori ma ecco che incrocio nel mio percorso Bonifacio Vincenzi che con entusiasmo e gratuitamente mi propone di pubblicare Epica Quotidiana con Macabor Editore. L’ho ringraziato per questo all’interno della raccolta. Le prime copie mi arrivano a casa nei primi giorni della quarantena anche grazie al suo impegno. Insomma ringrazio Bonifacio e la Macabor editore anche per questo!

 

A.M.: Nella prefazione de “Epica Quotidiana”, lo scrittore e poeta Aldo Nove scrive: “[…] la “chiusa” (quasi sempre gnomica) delle poesie di Ilario Grasso è fulminante e lapidaria. […] ogni componimento […] è più frammento di puzzle che tessera di mosaico, si dà nel suo lacaniano uno-tutto-solo che non riesce più a farsi coro o movimento (eppur si muove, eppure sotterraneo r-esiste).” Ritiene che questa descrizione rispecchi i suoi componimenti?

Ilaria Grasso: Aldo Nove lo conoscevo ma come si conosce un poeta e uno scrittore e cioè tramite i libri. Avendo letto il suo Sono Roberta e guadagno 250 euro al mese, che è stato materiale fondamentale per la mia raccolta, l’ho contattato tramite FaceBook per sottoporgliela e lui è stato molto gentile rispondendo con entusiasmo alla lettura della raccolta. Abbiamo parlato molto e mi ha incoraggiato a pubblicarla. Con il tempo siamo diventati amici e ci sentiamo spesso per confrontarci su varie tematiche e ci vogliamo bene. Aldo ha da subito inquadrato questo aspetto della raccolta pur non conoscendo i miei gusti musicali. Parlo dei CCCP e di Giovanni Lindo Ferretti e di Massimo Zamboni che hanno molto contribuito al farsi del mio pensiero. Ma ritorniamo a “chiuse”, “mosaici” e “frammenti”. Mi rispecchio totalmente in ciò che Aldo ha scritto nella prefazione. Rispondo a queste domande il 29.04.20. Il premier Conte ci dice che il 4 maggio saremo nella fase 2, i cui contorni sono ancora opachi. Sia nella fase 1 che nella fase 2 non sono stati trattati i temi di chi abita da solo, di chi è disabile o ha figli disabili, di chi non ha una casa o ancora dei tossicodipendenti e delle prostitute. O ancora vedo molto disinteresse a parlare delle mafie e della corruzione. Pochi d’altronde anche gli articoli su questi temi. A fronte dei “Fertility Day”, nessuno al governo si domanda e propone qualcosa per la salute psicofisica nei bambini. Come sarà uno stato che non si occupa dei bambini e quindi del futuro del paese? Anche della cultura si parla poco e dunque chiudo la domanda con il pensiero di Formica all’interno di un articolo del giornale Il Manifesto: occorre prima pensare e poi agire. Cosa pensiamo se non leggiamo? Vedo una strana forma di collaborazione da parte di chi tace o fa finta di niente per il “quieto vivere”. Ecco, questo per me non è esattamente far parte di un coro perché anche nel coro il “contro coro” è importante per fare musica e movimento e ritmo ma al momento, nello scenario attuale, non c’è.

 

A.M.: La raccolta apre con “Le gesta dei padri” che comprende dieci poesie dedicate a grandi poeti, dal toscano Franco Fortini al russo Vladímir Majakóvskij. “Qui a Taranto il rosso dispera./ Ricopre il bucato appena steso e le facciate dei palazzi./ Ottura occhi e narici. […]” si legge e subito si comprende, grazie alla forte immagine che il verso riesce a pennellare, l’incriminato. Perché la poesia è necessaria nella società?

Ilaria Grasso: Erano altri gli autunni e altre le primavere, ti direi. Questa mia non è una forma di nostalgismo ma una feroce presa d’atto che dal passato dobbiamo apprendere riducendo il margine di errore e conservarne memoria ma abbiamo il dovere di pensare più in là del nostro tempo e del nostro spazio con criteri altri e impegnarci tutti a fare proposte inclusive. Mi si domanda sottilmente del ruolo del poeta nella società. Ad ora la poesia è una bomba disinnescata. Chi inviterebbe un poeta in un programma televisivo o lo inserirebbe in una organizzazione come fece Olivetti con Sinisgalli? Nella migliore delle ipotesi spesso vi si dà un ruolo consolatorio che però si rivolge comunque a pochi. Al poeta dunque non rimane che fare ciò che il giornalista non può o non vuole fare e cioè sollevare questioni. In altri fare da portavoce, come ho provato a fare in Epica Quotidiana. Christian Tito, farmacista, poeta e documentarista, non si è mai stancato di fare poesia denunciando le storture del marketing e della globalizzazione e di parlare dell’ILVA, svelando gli aspetti più spinosi della questione della realtà siderurgica più grande d’Italia. Evidenziò infatti l’inquinamento e la disperazione dei tarantini di fronte ai loro morti e alla propria terra stuprata dagli interessi che ruotano attorno a quello stabilimento. Lo ha fatto fino a quando ha potuto. Ora lui non c’è più perché è morto prematuramente.

Tito era in stretto legame con un altro poeta che amo molto, Luigi Di Ruscio, che molti definiscono, a torto o ragione, il “poeta operaio”. Testimonianza della loro amicizia è Lettere del mondo offeso, un libro che raccoglie i loro scambi e riflessioni. Il lavoro che ho fatto con Epica Quotidiana non è stato solo uno studio monografico e tematico sulla poesia e letteratura aziendale e del lavoro ma anche scambi con poeti e con registri, di età e provenienze molto distanti dalle mie. Li ho citati tutti nei ringraziamenti in calce alla raccolta. Ma torniamo a Tito. In una delle sue poesie dice “non importa se voi non leggete le poesie/ perché sarà la poesia a leggervi tutti”. L’ho messa in esergo alla sezione “In-organico” proprio per evidenziare tutte le riflessioni che sopra ho fatto.

 

A.M.: Ed è con la seconda parte “In itinere” che si raggiunge “Epica Quotidiana” con il suo “garbuglio/ di monumenti e radiazioni” con i “tre semafori di una lentezza disarmante”, “la gazzarra dei motori” e “la metro gonfia”. Versi che fanno pensare ad una grande città affollata, rumorosa, ed ad un personaggio che si aggira quotidianamente in quelle strade. Qual è la fortunata città che ha “tanti i poeti che mandano avanti il Paese” e che “Lavorano in ufficio o chissà dove/ per il mutuo o per pagare le spese.”

Ilaria Grasso: La città è quella dove da più di dieci anni vivo ed è diversa da quella in cui sono nata e cioè Lucera. Come tanti sono andata via dal Sud per mancanza di prospettive e Roma non è una città che esattamente ho scelto. Mi ci sono ritrovata più per lavoro che per altro. Quando ho iniziato a lavorare per la raccolta abitavo a Talenti e per raggiungere il mio luogo di lavoro che si trova nel quartiere San Giovanni di Roma impiegavo un’ora e tre quarti del mio tempo all’andata e lo stesso facevo al ritorno. Più o meno come alcuni miei colleghi che vengono in ufficio da Napoli o da Viterbo o da zone limitrofe a Roma. Ogni giorno che tornavo a casa era un’impresa epica, tra cambi d’autobus e scioperi bianchi e malfunzionamenti. Per non parlare di quando dovevo fare il cambio a Piazzale dei Cinquecento e camminare controcorrente attraversando altri commilitoni che come me andavano a lavorare. Parlo al passato perché, dopo un lungo periodo di logoramento che mi ha procurato forti attacchi di panico che mi hanno costretta a fermarmi per un periodo di sette mesi, ho cambiato casa, sono molto più vicina al lavoro e ora la mia esistenza è meno pesante. Sto molto molto meglio. Ecco da dove nasce il titolo Epica quotidiana e la sezione “In-itinere”. Questa sezione è un impegno a non dimenticare il mio passato e tenerlo bene presente nelle discussioni quando parliamo di lavoro e anche di migrazione.

 

A.M.: In “Ingorgo” si legge: “La processione avanza sempre nelle stesse direzioni/ tra canini d’acciaio e il guarire dei motori./ Anche in tangenziale, sempre in mezzo al niente affollati.” La chiusa, “in mezzo al niente affollati”, è stata donata dal poeta Giulio Maffii.

Ilaria Grasso: La poesia Ingorgo ha una storia molto particolare. Quando cambiammo dirigente perché il precedente andò in pensione arrivò in ufficio Raffaele Saccà. Nella sua stanza aveva appeso dei quadri molto particolari. Erano degli ingorghi composti da modellini di macchine, carri armati e aeroplani tutti compressi in un’unica composizione “alla maniera di Arman”, come dico nella poesia. Quei quadri mi affascinavano molto e mi davano modo di fare riflessioni sulla contemporaneità. Chiedevo costantemente a Saccà chi fosse l’autore. Lui era sempre sfuggente nelle risposte non dicendomi mai chi fosse. Un giorno, forse stremato dalla mia insistente curiosità, mi disse che era lui l’autore di quei quadri. L’ingorgo era ed è per me metafora ancora valida per rappresentare cosa siamo noi nella costrizione delle nostre vite routinarie e bisognose di status symbol che altro non sono che continuo comprare e continuo desiderio indotto e di cui probabilmente dovremmo imparare a fare a meno. Da quel giorno di quasi cinque anni fa abbiamo iniziato un dialogo sulle arti e sul mondo che hanno portato lui a tenere una mostra personale sui suoi Ingorghi in una delle gallerie del centro di Roma e me alla pubblicazione di Epica Quotidiana. Molto importante è stato anche il dialogo con Giulio Maffii, poeta e collega di redazione. Collaboriamo infatti entrambi con la rivista on line Carteggi Letterari. Spesso gli mandavo mie poesie su Messenger o via WhatsApp e mi dava suggerimenti. Quando lesse la prima volta Ingorghi mi disse: “in mezzo al niente affollati”. Io risposi: “Esatto Giulio! Proprio così! Posso mettere queste tue parole nella poesia?”. Lui fu molto generoso e mi regalò la chiusa di Ingorghi. E così quella chiusa si trovò sia in uno dei pannelli della mostra di Saccà che in Epica Quotidiana. Anche Maffii e Saccà sono presenti nei ringraziamenti, perché la gratitudine per me è anche una forma di dialogo: in essa c’è il riconoscimento che è alla base di un discorso autentico.

 

A.M.: In “Delle umane risorse” si legge: “Forse un giorno parleremo veramente/ e capiremo davvero chi siamo/ al di là del ruolo e del mercato.” Poco prima in “Mobbing” si legge: “La consapevolezza a volte si paga/ ma a pensarci bene/ è uno sforzo sostenibile, anzi necessario.” Qual è il ruolo della filosofia?

Ilaria Grasso: Nella seconda risposta vi anticipavo già l’importanza per me della filosofia nella produzione poetica e letteraria. Senza una struttura di pensiero cadono ponti e costruzioni ma anche impianti versificatori e stratificazioni linguistiche e concettuali. La filosofia e il pensiero sono dunque per me fondamentali. “Chi sono io? Chi siamo?” sono domande fondamentali per l’individuo. Bisogna interrogarsi e avere il coraggio di ascoltare la o le risposte, prenderne atto, analizzarle ed elaborarle. Già prima del Covid eravamo di fronte a un mutamento antropologico di cui non tutti erano perfettamente consapevoli. Dopo il Covid probabilmente avremo, chissà, anche mutazioni genetiche o biologiche, magari sul funzionamento delle nostre cellule o dei nostri organi. È tutto ancora sospeso. Nel frattempo auspico la nascita di una neo ontologia che consenta di ristabilire i criteri di esistenza di entità come i cyborg o i robot o le IA e solo in seguito concettualizzare in altro genere di filosofia le relazioni o i significati dei loro segni nel mondo e nella poesia.

 

A.M.: Su “Nello stato in cui siamo” si legge l’Art.1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sullo stipendio. La sovranità appartiene a chi la esercita, quando presenti, nelle forme e nei limiti della tipologia contrattuale.” Qual è il suo pensiero sulla globalizzazione e sul futuro (ma assai vicino, fin troppo vicino) impianto di microchip negli esseri umani?

Ilaria Grasso: Il primo articolo di quella stramba e bislacca costituzione me lo ha donato il mio amico Ubaldo, in una delle tante riflessioni sul parassitismo e sul familismo amorale, due cancri della realtà italiana che vanno in crash con la globalizzazione. Il resto degli articoli li ho declinati io o meglio io e Ubaldo che non ho messo nei ringraziamenti per sua richiesta specifica che rispetto.

Il nostro atteggiamento di fronte alle tecnologie e alla modernità è pieno di resistenze al cambiamento che si manifestano con una enorme rimozione del dolore e dell’errore nella nostra coscienza collettiva e individuale. Non concepiamo anche di cambiare perché “si è sempre fatto così” o per una forma di distonia emotiva collettiva che ci porta a reagire in maniera poco sana di fronte agli imprevisti o alle novità che fanno parte della vita. Quanto ho iniziato a comporre Epica Quotidiana il mio atteggiamento nei confronti della tecnologia era assolutamente oppositivo. Poi con il tempo e con lo studio e l’osservazione della realtà ho compreso che sono anni che siamo sotto controllo. Ho preso consapevolezza che siamo i dati e la merce che produciamo e che ci inducono a consumare senza soluzione di continuità. Dobbiamo arrenderci di fronte a questa inquietante evidenza. Il Covid ha messo in ginocchio bar, ristoranti, pizzerie e tutto ciò che è svago non solo perché volevamo ancora dare l’immagine di una società in buono stato ma perché politiche di vario genere e di varia natura hanno indirizzato il cittadino a fare delle scelte a favore dell’immagine e del proprio tornaconto personale e non del contenuto. Non mi spaventa essere controllata. C’è sempre uno schiavo e un padrone. D’altronde, il BDSM e la letteratura di De Sade, Masoch, la Trilogia di Roberta di Klossowski e Alfred de Musset in Gamiani o ancora Pasolini all’interno delle 120 giornate di Sodoma ci svelano proprio questa importante verità. Nel sesso come nel lavoro diamo sempre il consenso, attraverso un contratto scritto o meno che sia, e dobbiamo rispettare sempre i termini di quel contratto. Ad ogni diritto corrisponde un dovere e i diritti per essere goduti vanno manutenuti, sempre. Ma è il confine a fare la differenza. E su questo dobbiamo tenere gli occhi sempre ben aperti e agire responsabilmente per il bene nostro e dell’altro. Ne siamo consapevoli? Lo facciamo?

 

A.M.: In questo particolare periodo di isolamento causato dall’epidemia ha avuto modo di scrivere? È stato per lei fonte di ispirazione?

Ilaria Grasso: Non sto scrivendo nulla. Mi faccio sismografo e registro tutto ciò che sento del mondo dalla mia cella claustrale. Ho un taccuino su cui appunto sensazioni fisiche, notizie, i sogni che fanno gli altri e le intuizioni che nascono grazie ai confronti con amici, poeti, qualche giornalista e alle varie chat e gruppi FB che seguo. Mi appunto anche fantasie erotiche mie e di altri per capire come lavora il senso di imminente apocalisse sull’eros e sul desiderio. Leggo molto (libri e giornali) e ogni sera registro un video dove leggo poesia e saggistica. Rappresenta per me una forma di preghiera laica che mi aiuta a usare la voce e mettermi in connessione col mondo. Vivo da sola o meglio in compagnia di me stessa e sono immersa pienamente nel silenzio interrotto dalle sirene delle continue autoambulanze che sento solo quando ho le finestre aperte. Il mio tempo non è tutto mio. Una parte lo dedico per contratto alle attività che svolgo “da remoto”. Insomma sono una smartworker. Mi domando: mi piacerebbe essere sempre in smartworking? Penso di no perché il lavoro è anche spazio che si trasforma in luogo grazie alle relazioni che lo abitano. I luoghi di lavoro vanno dunque presidiati e custoditi non solo perché il lavoro è uno degli elementi che assorbono maggiormente l’esistenza degli uomini ma perché sono uno degli spazi dove è ancora certo ci siano esseri umani. Un ufficio deserto credo sia un’immagine inquietante al pari di quello di una fabbrica dismessa. Quindi per il futuro sono per un uso moderato e contingentato dello smartworking.

Ma ritorniamo al tema della clausura e alla sua dimensione predominante e cioè il silenzio. Nel silenzio si manifestano i nostri mostri interiori ma è anche il contesto che prepara l’epifania di una intuizione o di una sorpresa. Quando abitavo in Puglia la mia casa era piena di un silenzio assordante e inammissibile per la mia inquietudine. Ora il silenzio ha assunto un valore di veglia, di ascolto profondo ma significa anche tempo lento all’interno del quale contemplare oggetti astratti. Dove pensare e ripensare. Dove leggere e rileggere libri e punti di vista. Il silenzio è quella cosa che dovremmo imparare a custodire per il “poi”.

C’è solo una cosa che al momento un poeta che vuole dirsi tale deve fare in tempi di Covid e cioè tutelare e proteggere la libertà di pensiero in tutti i contesti.

 

A.M.:Sul display del PC leggo: Attività completata con successo” dunque possiamo salutarci con una citazione…

Ilaria Grasso: Chiunque di noi si trovi a lavorare al PC per svariate ore è costretto a leggere una frase del genere per cui mi è sembrato giusto trattare la questione con ironia, dato che nella vita di tutti i giorni la realtà è alquanto pesante e alienante. Esiste una intera categoria di lavoratori che non fanno altro che cliccare tutto il giorno e vengono definiti “click workers”, che poi è il titolo della poesia da cui è citato il verso con cui inizia la domanda. Chi sono questi lavoratori? Vi lascio la definizione di clickwork secondo me più lucida ed esaustiva che è di Roberto Ciccarelli. La trovate in “FORZA LAVORO. Il lato oscuro della rivoluzione digitale” edito da DeriveApprodi. Eccola qui:

“[Il clickwork è una rappresentazione della forza lavoro composta da una folla di mansioni depurate dal corpo e dall’intelligenza umana, disponibili per ogni attività e al servizio di un comando diretto, senza mediazioni, esercitate dall’infrastruttura digitale. Il lavoratore è un primate che compone codici su una tastiera senza comprenderli. È il risultato di un nuovo evoluzionismo: il passaggio dalla forza lavoro che usa un personal computer alla persona che diventa computer sarebbe il grado finale dell’autorealizzazione umana]”.

 

A.M.: Ilaria, le domande generano risposte e le risposte ulteriori domande. Il fondamento del dialogo con l’altro e con il sé. Auguro al lettore di inciampare nella lettura di questa tua “Epica Quotidiana” e di prendere qualche istante della giornata per ragionare sugli interrogativi che hai proposto in questa intervista. Domande, a mio avviso, valide in ogni epoca come farmaco (φαρμακός), propriamente come espulsione per giungere all’agognata catarsi (ἀγωνιάω, κάθαρσις). Saluto con le parole del filosofo ed orientalista francese Constantin-François de Chassebœuf, conte di Volney:

Il dubbio, rispose, è forse un crimine? L’uomo è forse padrone di sentire diversamente da come sente? Se una verità è evidente e concreta, dovremo solo compatire chi non la riconosce: la pena scaturirà proprio dalla sua cecità. Se essa è incerta o equivoca, come trovarle, invece, un carattere che non ha? Credere senza evidenza e senza dimostrazione è segno d’ignoranza e di stupidità. Il credulone si perde in un labirinto di incongruenze; l’uomo assennato esamina e valuta, per rendere concordi le sue opinioni; e l’uomo in buona fede tollera la contraddizione perché solo da essa nasce l’evidenza. La violenza è l’argomento della menzogna e l’imposizione d’autorità di una credenza è l’atto e l’indizio di un tiranno.

 

Written by Alessia Mocci

 

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/05/14/intervista-di-alessia-mocci-ad-ilaria-grasso-vi-presentiamo-la-raccolta-epica-quotidiana/

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Intervista di Alessia Mocci a Giulio Marchetti: vi presentiamo la raccolta Specchi ciechi Tue, 25 Feb 2020 21:49:46 +0100 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/621728.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/621728.html Alessia Mocci Alessia Mocci “’Le proprie inclinazioni’ risultano socialmente oppresse dal senso utilitaristico dominante, a partire dall’istruzione. ’Le cose monotone’ ben presto saranno delegate alle macchine (che ormai svolgono gran parte dei lavori ripetitivi un tempo affidati agli esseri umani). Non si tratterà più di cercare lavoro, ma di creare lavoro. Forse allora l’unica risposta sarà: creatività.” – Giulio Marchetti

Il talento creativo, quella capacità produttiva della ragione in comunione con l’inconscio. Il concetto riportato in apertura mette luce sul pensiero di Giulio Marchetti su due problematiche sociali di grande importanza: il lavoro e la felicità.

Ancora una volta è il poeta che, staccatosi da quel “senso utilitaristico dominante”, getta uno sguardo nella realtà del presente e la descrive netta, densa.

La raccolta “Specchi ciechi” è stata pubblicata nel 2020 dalla casa editrice Puntoacapo, vede la prefazione di Maria Grazia Calandone, la postfazione di Vincenzo Guarracino ed una nota di Riccardo Sinigallia.

L’autore, Giulio Marchetti, nasce nel 1982 a Roma, ha esordito con “Il sogno della vita” nel 2008. Con Puntoacapo pubblica nel 2010 “Energia del vuoto” con prefazione di Paolo Ruffilli, nel 2012 “La notte oscura”, nel 2014 “Antologia del sublime”. Con la casa editrice Ladolfi pubblica nel 2015 la raccolta “Ghiaccio nero”. Diverse sue poesie sono edite in antologie collettive.

 

A.M.: Salve Giulio, la ringrazio per aver accettato questa intervista che verterà sull’esplorazione della sua ultima raccolta poetica “Specchi ciechi”. Per sciogliere il ghiaccio o, forse, propriamente per far un salto indietro, mi piacerebbe sapere la differenza che avverte fra il poetare del 2008, con il suo esordio “Il sogno della vita”, e quest’ultima opera.

Giulio Marchetti: Ringrazio voi per l’ospitalità e rivolgo un saluto ai vostri lettori. Il mio primo libro, “Il sogno della vita”, era tecnicamente più ingenuo e più grezzo. La mia nuova raccolta, “Specchi ciechi”, mi auguro sia più matura. Ma la cifra stilistica è la stessa (o quantomeno è riconoscibile).

 

A.M.: Dalla folgorazione per la poesia avvenuta con la lettura delle raccolte “Scorribande lineari” e “Frammento e fragile” di Francesco Gazzè ad autori quali Montale, Mallarmé, Zinetti, il poeta cerca ispirazione dai libri che prende in mano, oppure necessita di compagni di viaggio?

Giulio Marchetti: Di certo i libri sono cibo che una volta ingerito va metabolizzato e poi espulso. Nel mio caso dicono si tratti di un’espulsione poetica. I compagni di viaggio sono parte del processo poetico. Ma non ci sono compagni di viaggio all’esterno.

 

A.M.: Possiamo ritenere le poesie presenti su “Specchi ciechi” dei frammenti di un discorso che resta sottinteso al lettore, propriamente di frammenti che arrivano istantanei e che non necessitano di esplicitazione?

Giulio Marchetti: Non riesco a mantenere una densità accettabile per più di qualche verso, così come non riesco a mantenere la stessa densità per più di qualche poesia. Per tale ragione i miei testi somigliano a frammenti e le mie raccolte sono tendenzialmente sottili. Preferisco la densità. E mi fermo quando la sento gocciolare tra le dita mentre scrivo.

 

A.M.: La poesia “Clessidra” si chiude con “Esiste/ un vento favorevole/ nell’oceano della perdita?” Una domanda pregna di enfatico sentimento che si interroga sulla perdita connessa al tempo che, inesorabile, trascorre. Che cosa rappresenta la perdita? Mancanza? Smarrimento? Privazione?

Giulio Marchetti: Si tratta in effetti del classico interrogativo sul tempo che l’uomo da sempre si pone. La risposta potrebbe essere estremamente corta o estremamente lunga. Estremamente corta, limitandoci a Samuel Beckett in “Aspettando Godot”: “partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte”; estremante lunga, continuando a citare i maggiori pensatori del genere umano: Galilei, Newton, Kant, Einstein (e ancor prima le trasformazioni di Lorentz), Hegel, Bergson, Husserl e Martin Heidegger, con la sua monumentale opera “Essere e tempo”. In ambito più strettamente artistico penso a “Le tre età dell’uomo” di Tiziano, a Roman Opalka (dipinse ossessivamente i numeri partendo dall’uno verso l’infinito) e ai calendari di Alighiero Boetti.

 

A.M.: Nella poesia “Ego”, oltre all’aver nel quinto verso il titolo della raccolta, troviamo in chiusura “Rigurgiti dell’ego,/ mi siedo./ E vi amo,/ e vi osservo.” Perché per l’essere umano è complesso fermarsi ad osservare le maschere con le quali si trascina stancamente nel mondo?

Giulio Marchetti: Perché l’essere umano crede di essere una mente dentro un corpo. Inizia allora a raccontarsi delle storie, è la voce nella testa che le racconta, ma l’uomo crede di essere la sua mente, quindi le crede. Non è mai nel qui e ora, non tocca mai Qualcosa al di là delle maschere. I pensieri, tuttavia, come le sensazioni, le emozioni e gli altri “rigurgiti dell’ego”, possono essere osservati. A quel punto la mente percepisce o è percepita? E chi è colui che osserva?

 

A.M.: In quattro poesie si cita la noia (“Naufragio”, “Cosmica”, “Scivolare” e “Il dolore”), i suoi confini, la connessione all’esistenza, il suo vertice, e l’aumentare in connessione al tempo. L’etimo della parola riporta alla derivazione dal latino odium, con propriamente il significato di “essere in odio”, forse per questo motivo quando ci assale la noia siamo tormentati, infatti sempre nel mondo latino odium veniva usato per il fastidio. Ma, esattamente, perché la noia assalta l’essere umano? Perché ci si occupa di cose monotone e contrarie alle proprie inclinazioni?

Giulio Marchetti: Già Lucrezio nel terzo libro del “De Rerum Natura” offriva una definizione paradigmatica della noia. “Spesso lascia il suo grande palazzo chi si annoia a restare a casa; ma subito vi torna perché non si trova affatto meglio fuori”. L’inquietudine e il senso di estraniazione tipici della noia trasudano da questo breve passo. Ci vuole un balzo secolare, ma si giunge inevitabilmente a Baudelaire. Lo spleen è una condizione interiore tanto angosciosa quanto suggestiva a livello artistico, nella pienezza dei suoi effetti devastanti, quasi allucinatori. “Le proprie inclinazioni” di cui oggi argutamente mi chiedi, risultano socialmente oppresse dal senso utilitaristico dominante, a partire dall’istruzione. “Le cose monotone” ben presto saranno delegate alle macchine (che ormai svolgono gran parte dei lavori ripetitivi un tempo affidati agli esseri umani). Non si tratterà più di cercare lavoro, ma di creare lavoro. Forse allora l’unica risposta sarà: creatività.

 

 

A.M.: Si uniranno le stelle in un mosaico di luce o resteranno perse nel buio?

Giulio Marchetti: Si uniranno. Sono già unite. La divisione è illusoria. Fa parte di un gioco cosmico. Ma per tornare all’Uno consapevoli, occorre sperimentare la dualità.

 

A.M.: Sono in programma delle presentazioni della raccolta Specchi ciechi?

Giulio Marchetti: Sono certamente in programma nelle intenzioni, non ancora nelle date.

Inoltre è in preparazione una mia mostra a metà tra la poesia e l’arte concettuale.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Giulio Marchetti: "Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia." – Carl Gustav Jung

 

A.M.: Giulio, augurandomi che il lettore accorto sappia cogliere il suo consiglio espresso con: “la mente percepisce o è percepita? E chi è colui che osserva?”, saluto con le parole del filosofo Plotino (Enneadi, III, 7): “All’inizio, quando ancora non aveva creato il ‘prima’ e non sentiva la necessità del ‘poi’, il tempo giaceva in unione con se stesso nell’Essere, non come tempo, ma deposto in quell’Essere in piena tranquillità. Ma una natura con la sua irrequieta creatività, volendo disporre di se stessa ed essere padrona di sé, decise di mettersi in cerca di qualcosa di ulteriore rispetto a quello che al momento c’era e si mise in moto: ed ecco che anche il tempo si mise in moto.

 

 

Written by Alessia Mocci

 

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/02/24/intervista-di-alessia-mocci-a-giulio-marchetti-vi-presentiamo-la-raccolta-specchi-ciechi/

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Intervista di Alessia Mocci a Rosario Tomarchio: vi presentiamo l’antologia Memorie Mon, 10 Feb 2020 20:19:27 +0100 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/619334.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/619334.html Alessia Mocci Alessia Mocci “[…] Terra amata, mi fai riposar/ sotto lo sguardo benigno dell’Etna/ e dal mare rinasco a nuova vita,/ da quel mare fatto di storia d’uomini,/ di pescatori e focosi amori./ Cara Sicilia, qui fui greco, arabo, spagnolo/ cittadino del mondo e con/ il profumo della mia amata/ mi riscaldi l’anima.” ‒ “Profumo di Sicilia”

Il libro “Memorie – Antologia poetica” dell’autore siciliano Rosario Tomarchio è una raccolta in colloquio con il passato grazie ad una selezione di poesie di tre pubblicazioni precedenti, per un periodo di tempo che va dal 2013 al 2017.

“Memorie” è la somma di nove anni nei quali Rosario si è cimentato con la riflessione e la comparazione. Ha toccando temi come la tradizione, l’amore per la Signora, l’Etna, per la sua terra e per il suo mare, per la famiglia e per quei piccoli gesti antichi che oggi, nell’era capitalista, quasi si frantumano prima ancora di realizzarsi.

E se la grande metropoli costringe l’essere umano ad una velocità che penalizza il rapporto tra emozione e pensiero, l’autore ci trasporta a Piedimonte Etneo, un piccolo borgo ai piedi del grande vulcano, nel quale gli abitanti conseguono il rito arcaico del connettere cuore ed intelletto.

Undici numero unico,/ che ripete due volte l’uno,/ il numero della luce,/ il numero del sole/ e dell’acqua che dà vita./ Caro, per te è stato destinato l’undici/ per essere due volte luce,/ luce che brilla negli occhi tuoi,/ per essere due volte sole che riscalda,/ quel sole che nasce dal tuo cuore/ e riscalda le persone a te vicino;/ per essere con maggior forza/ l’acqua che dà vita.// […]‒ “Undici”

 

A.M.: Ciao Rosario, oggi, parleremo della tua nuova pubblicazione. “Memorie” è propriamente una selezione di poesie presenti in alcune tue precedenti raccolte. Come nasce l’idea di un’antologia e perché hai scelto questo preciso titolo?

Rosario Tomarchio: Ciao Alessia grazie di questa interessante intervista. “Memorie” riassume tre importanti pubblicazioni che mettono in luce il mio percorso poetico e, precisamente, questa antologia poetica contiene alcune poesie provenienti da “Ricordi di poesie” pubblicato nel 2013, “Cielo” pubblicato nel 2014 e “Briciole di vita” pubblicato nel 2017. Ho scelto questo titolo pensando al mio passato e alla necessità dell’uomo − e quindi mia − di fare memoria. Nello stesso tempo in cui pensavo alle mie pubblicazioni passate facevo memoria ed ero proiettato al futuro e alle idee a cui sto lavorando.   

 

A.M.: Quanto è difficile per il creatore preferire una poesia ad un’altra?

Rosario Tomarchio: Mi capita spesso di scrivere più poesie di quelle che ho intenzione di pubblicare in una raccolta e quindi devo fare ogni volta una selezione. Quando compio letteralmente una selezione ho bene in mente il ritmo da imprimere alla silloge poetica. Le emozioni che voglio trasmettere devono avere secondo il mio immaginario un salire e scendere. Dove per salire intendo da una emozione più lieve a una più forte. È come quando una persona si innamora e ascolta il suo cuore crescere nei battiti fino ad arrivare quasi a galoppare al primo bacio e poi lentamente tornare calmo in attesa del prossimo bacio. Così succede con la selezione che compio quando vado a comporre una raccolta poetica. Quindi nello scegliere le poesie ho usato questo metodo selezionando anche le poesie che avevano ricevuto una maggiore visibilità. Scegliere una poesia o un'altra non è semplice perché ogni poesia nasconde dentro di sé un momento di vita vissuta del poeta o delle persone che gli stanno accanto. 

 

A.M.: Della raccolta “Ricordi di poesie” vorrei parlare di “Etna”: “Nobile donna di bianco vestita,/ sempre cara fosti ai gentil poeti,/ da greci ai latini innamorare facesti./ Alle mani di uomo doni i tuoi frutti,/ con il profumo dei tuoi fiori/ li seduci// […].”. Oltre a raccontarci in quale momento della tua vita sono nati questi versi, ci potresti anche fare un esempio di un poeta a te caro che ha narrato la bellezza della Signora?

Rosario Tomarchio: Questi versi sono nati in due particolari momenti. Un giorno mi sono ritrovato con alcuni conoscenti a parlare dell’Etna e del lavoro che offriva e io ho raccontato di mio nonno materno che, con il mulo, andava tutti i giorni sull’Etna per trasportare legna, carbone, mele dell’Etna (una qualità oggi difficile da trovare), e neve. Successivamente mi sono ritrovato a discutere di poeti latini e greci dell’antica Catania che hanno dedicato alla “Montagna” (Mongibello) alcune meravigliose liriche. Probabilmente il più famoso poeta latino che ha dedicato liriche all’Etna è Pindaro. Senza alcun dubbio il poeta greco più vicino alla cultura etnea e che ha poetato versi per la nobile Signora è Stesicoro.  

 

A.M.: Della raccolta “Cielo” vorrei parlare di “Freddo”: “Sento freddo come un giunco sbattuto dal vento,/ come una lacrima solitaria,/ come una parola non detta,/ come un fiore di campo in un giardino di rose,/ come quella bianca pietra/ che un giorno mi accoglierà.” Perché l’essere umano scrive della morte?

Rosario Tomarchio: Grazie Alessia, per aver citato la poesia “Freddo”. Questa breve lirica è tra le più fortunate e più citate della critica letteraria. L’essere umano scrive della morte perché è qualcosa che non riesce a comprendere fino in fondo nonostante il proprio credo lo aiuta a prepararsi con fiducia alla morte. L’essere umano si prepara con fiducia perché la vita va oltre a quell’attimo temporaneo. Ovviamente credo questo fermamente grazie alla fede. Sciogliendo la parola morte dalla fede ci resta il ricordo e il ricordo è destinato a sopravvivere alla persona cara. Chi ama non muore.    

 

A.M.: Della raccolta “Briciole di vita” vorrei parlare di “Sicilia è”: “Sicilia è una lacrima/ sul volto dei pescatori,/ di un mare che bagna una/ terra che offre/ un bicchiere di vino agli amici.// […]”. Non possiamo negare che la globalizzazione ha modificato le dinamiche di vita dei pescatori, degli agricoltori, allevatori e dunque della regione abitata, in questo caso la Sicilia. In che modo hai percepito queste modifiche?

Rosario Tomarchio: Ho percepito queste modifiche, nel momento in cui mi sono reso cosciente che per far conoscere i prodotti della propria terra, e in questo caso della Sicilia, si deve far parte della globalizzazione e in questo ci viene incontro il web che ci permette di far conoscere la nostra storia ma soprattutto i nostri prodotti in tutto il mondo. Un altro strumento valido sono le fiere internazionali che permettono di entrare in contatto con nuove idee e di proporre le nostre visioni e i nostri eccellenti prodotti. Dalla terra, dal mare e quindi dall’agricoltura, pastorizia, allevamento ecc, possiamo portare anche il discorso editoria, nel quale un ottimo strumento per la vendita dei libri è il web sempre più in sostituzione delle tradizionali librerie. Un altro buono strumento è l’ormai tipica fiera del libro se la casa editrice si prende il disturbo di partecipare!       

 

A.M.: Il 26 agosto presso il Museo della musica di Piedimonte Etneo, la raccolta è stata presentata ufficialmente. Com’è andata la serata?

Rosario Tomarchio: La serata è andata benissimo con un pubblico veramente di qualità e con una parte dell’amministrazione presente. La presentazione, come detto, si è svolta al Museo della musica alternando la lettura delle mie poesie con meravigliosi passaggi musicali. Con l’occasione, ci tengo a ringraziare la signora Enrichetta Pollicina (vicesindaco di Piedimonte Etneo) e la signora Ivana Pollicina (consigliere comunale) per la gentile collaborazione e la disponibilità per la realizzazione della serata.   

 

A.M.: So che hai in programma qualche novità… vuoi svelare qualcosa anche ai lettori?

Rosario Tomarchio: Sì, cara Alessia, ci sono tre grandi novità che voglio anticipare ai lettori. Prima fra tutte: la nascita della mia casa editrice, una scelta che ho fatto dopo molte riflessioni e valutazioni sulla possibilità di mercato. In secondo luogo, e legato alla mia prima novità: la realizzazione di un concorso nazionale di cui però non voglio svelare i particolari. E dulcis in fundo la terza novità è l’uscita in tutte le librerie fisiche e online della mia nuova raccolta di poesie con un tema molto particolare che farà da filo conduttore.                                          

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Rosario Tomarchio: In questa bella e interessante intervista, abbiamo parlato dell’Etna e così mi è venuto in mente un poeta che ogni giorno guardava un monte. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” Giacomo Leopardi.

 

A.M.: Rosario ti ringrazio per il tempo che hai dedicato a questa breve esplorazione di “Memorie”, ai lettori invito all’acquisto della tua antologia, disponibile anche in formato digitale, e saluto con una citazione dello scrittore francese Marcel Proust: “Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.”

 

Written by Alessia Mocci

 

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Photo Rosario Tomarchio by Gianluca Leonardi

Sito Rosario Tomarchio - https://artnotizie.blogspot.com/

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2020/02/07/intervista-di-alessia-mocci-a-rosario-tomarchio-vi-presentiamo-lantologia-memorie/

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Intervista di Alessia Mocci a Gianfranco Cambosu: vi presentiamo Il paese delle croci Sun, 19 Jan 2020 13:16:09 +0100 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/616168.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/616168.html Alessia Mocci Alessia Mocci Nuoro è una città strana. Silenziosa e priva di stimoli in apparenza, eppure capace di catalizzare ingegni e forti personalità. Oltre a Grazia Deledda, una donna che ha saputo ritagliarsi uno spazio importante in Italia e nel Mondo, è inevitabile citare Sebastiano e Salvatore Satta, oppure Antonio Ballero e Francesco Ciusa. Scrittori e artisti insomma, accomunati da una ineluttabile appartenenza al territorio, ma in grado di proiettarsi in un panorama nazionale e internazionale.– Gianfranco Cambosu

Il paese delle croci” è stato pubblicato nel 2019 dalla casa editrice romana Emersioni diretta da Michele Caccamo, forte di tre premi letterari conferiti quando il romanzo era ancora inedito. L’autore, Gianfranco Cambosu è nato a Nuoro nel 1966 e con “Il paese delle croci” firma la sua quinta pubblicazione.

Di professione insegnante di lettere presso il liceo di Dorgali, Gianfranco non colloca i suoi romanzi nel genere giallo e noir benché ci siano omicidi ed indagini ma, piuttosto, ritiene che nei suoi scritti ci sia una storia su cui riflettere, ed è per questo che il lettore incontra un percorso irto di ombre che conducono alla luce.

Ambientato nel paesino di Sas Ruches, “Il paese delle croci” è un romanzo dedito al dettaglio sia per le minuziose descrizioni dei personaggi e paesaggi sia per le dettagliate conversazioni che rendono la lettura agevole e tutto sommato veloce.

Per conoscere maggiormente l’opera narrativa si è pensato di porre qualche domanda al suo creatore Gianfranco Cambosu.

 

A.M.: Salve Gianfranco, “Il paese delle croci” è il suo quinto romanzo di genere giallo e noir. Dal primo a quest’ultimo libro ha notato una crescita di carattere stilistico e/o narrativo?

Gianfranco Cambosu: Ciao, Alessia! “Il paese delle croci” è stato pubblicato a distanza di cinque anni da quello precedente. È un giallo “indisciplinato”, nel senso che non si piega rigidamente alle regole del genere. Si parla dell’omicidio di un ufficiale dei Carabinieri, ma a indagare non è un carabiniere o un poliziotto. Le indagini infatti vengono condotte in modo personale da Ercole Cassandra, figlio della vittima, ma insegnante di Lettere di professione. Credo, in tutta onestà, di aver raggiunto una maturazione stilistica che mi ha permesso di affrontare temi che in passato ho solo accennato o comunque trattato in modo marginale. Una componente che ho curato attentamente, senza però eccedere, è l’introspezione. Ho dedicato molto tempo alla stesura di questa storia e ancor di più al labor limae. Ho anche voluto suggerire una possibile componente autobiografica, mentendo. Pure io sono un prof. di Lettere, ma non è di me che si parla.

 

A.M.: “Il paese delle croci” segna un’importante connessione a triangolo che ha come base il racconto pubblicato nel 2016 “Sas Ruches” ed il romanzo del 2008 “Pentamerone barbaricino”. La congiunzione è il paesino del nuorese “Sas Ruches” segnato da faide e da odio che dura da generazioni. “Ruches” (traduciamo per chi non conosce il significato) significa precisamente “croci” ed è il più usato dei giuramenti nuoresi: una sola croce (pollice sovrapposto all’indice della destra), dieci croci (mano destra traverso la sinistra), cento croci (incrociando le braccia sul petto). Un insegnante di lettere di sicuro non ha sottovalutato il potere di questa parola scelta come teatro di narrazione. L’abuso del giuramento ha portato alla “maledizione” degli abitanti?

Gianfranco Cambosu: Confermo la complessa e articolata simbologia nella quale si colloca il termine “ruches” per quanto concerne la cultura barbaricina. Così come è fuor di dubbio che l’anello di congiunzione fra le tre opere citate è il paesino di “Sas Ruches”, ovvero “Le croci”. Nell’elaborare la trama de “Il paese delle croci”, tuttavia, ho riflettuto su aspetti di più immediata comprensione. Le croci sono quelle del cimitero sempre più esteso di un paesino che gradualmente sembra svuotarsi a causa dei morti ammazzati. Certamente, senza svelare troppo dell’intreccio, il giuramento ha una funzione determinante. Sin dai primi capitoli lascio intendere che dietro all’omicidio di Francesco Ladu (personaggio che compare solo attraverso le parole degli altri) c’è un mistero. Il mistero di un omicidio a Sas Ruches suggerisce l’idea di una vendetta e questa, a sua volta, si collega a un possibile giuramento. Ma questi passaggi sono più impliciti che scoperti, almeno fino a un certo punto. Per non deviare troppo dalla tua domanda a proposito di una possibile maledizione degli abitanti, devo aggiungere che tra le mie fonti di ispirazione al momento del concepimento della storia c’era stata la riflessione sulle 39 lettere di papa Gregorio I in cui si parla di due Sardegne: una cristianizzata e romana e una interna abitata da popolazioni idolatre e pagane. Solo nel 594 il dux Ospitone, che governava nella parte interna, aveva potuto convertire i Barbaricini al cristianesimo. Però c’era voluto un patto tra quelli e i Bizantini. Insomma ho lasciato al lettore altre eventuali interpretazioni. Una potrebbe essere la violazione di quel patto alcuni secoli dopo (la vicenda è ambientata all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso).

 

A.M.: Nel classico giuramento narrato la donna soleva anche accompagnare con la formula: “In cussenzia de s’anima” (“in coscienza d’anima”). Qual è il ruolo della donna in questo romanzo pregno di omicidi, persone scomparse e commerci illeciti? 

Gianfranco Cambosu: Se c’è una componente volutamente ambigua all’interno della mia storia è il ruolo della donna. Placida, gioviale, remissiva in apparenza, è in effetti risoluta e decisionista. Senza voler scomodare il matriarcato in alcuni centri della Barbagia, che è qualcosa di più complesso e profondo, ho voluto tratteggiare in senso introspettivo alcune donne che hanno subìto ma hanno scelto di non piegare il capo.

 

A.M.: La citazione inserita in apertura “Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta, sconsigliatelo fermamente. Se continua, minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri” è, a mio parere, una delle più belle frasi di Grazia Deledda che, in poche parole, è riuscita a sintetizzare le difficoltà e le gioie di un figlio poeta. Quanto ha inciso nella sua scrittura il condividere Nuoro come città di nascita?

Gianfranco Cambosu: Nuoro è una città strana. Silenziosa e priva di stimoli in apparenza, eppure capace di catalizzare ingegni e forti personalità. Oltre a Grazia Deledda, una donna che ha saputo ritagliarsi uno spazio importante in Italia e nel Mondo, è inevitabile citare Sebastiano e Salvatore Satta, oppure Antonio Ballero e Francesco Ciusa. Scrittori e artisti insomma, accomunati da una ineluttabile appartenenza al territorio, ma in grado di proiettarsi in un panorama nazionale e internazionale. Per rendere completa la mia premessa, devo ricordare un fatto che mi ha sempre incuriosito e inorgoglito: la madre di Grazia Deledda portava il mio cognome, Cambosu, lo stesso ramo da cui discende la mia famiglia. Perciò la risposta più immediata alla tua domanda potrebbe essere che a un certo punto ho avvertito il peso di un’eredità che non può prescindere dal luogo di appartenenza. Ma sarebbe troppo semplicistico e forse una risposta definitiva non sono ancora in grado di fornirla.

 

A.M.: Nel ventesimo capitolo si legge: “«Dai, professore… si scherzava, ecco tutto» prova a recuperare il direttore. «E poi, guardi, appropriarsi di bronzetti o di altri oggetti provenienti da un nuraghe o da altri edifici storici o preistorici è un reato. Ti schiaffano dentro con la chiave di cioccolata». Ride ancora e la sua risata si fa sguaiata, inconcludente.” È innegabile che negli ultimi quindici anni in Sardegna si sia verificato un crescente interesse verso l’archeologia, soprattutto perché i sardi si sentono carenti di storia riguardo i millenni trascorsi. Ed anche i più giovani conoscono, anche e solo per sentito dire, dei casi di trafugamenti di reperti per vendite illegali oppure i celebri falsi che, ancora, per taluni sono dei ritrovamenti incompresi. Personalmente, come interpreta questa ricerca di verità storica prendendo in considerazione la rabbia degli “appassionati” nei confronti degli “archeologi” indicati talvolta come disonesti perché non si racconta di uno straordinario popolo sardo che ha solcato i mari e le terre emerse di tutta Europa?

Gianfranco Cambosu: Premesso che non ritengo affatto che i Sardi si sentano “carenti di storia”, ma che anzi si considerino al centro di una lunghissima avventura che parte almeno dal Neolitico Antico, interpreto la ricerca di verità storica come un’esigenza di inversione di rotta rispetto a quella voluta da una certa cultura italiana. C’è stato un periodo in cui ogni espressione culturale isolana veniva sminuita o relegata all’ombra di civiltà predominanti. Si pensi, per fare un esempio, che anni fa i nuraghi erano stati catalogati come una sorta di imitazione delle torri micenee e altrettanto si era fatto per le domus de janas rispetto agli ipogei etruschi. Insomma la nostra storia è costellata di condivisibili forme di ribellione verso il pressapochismo e la sottovalutazione. Sembrava quasi che il nanismo delle specie faunistiche tipico delle isole si dovesse estendere in qualche modo al grado di civiltà di un popolo, il nostro per l’appunto. Oggi mi pare che siano di meno i detrattori dei Sardi o comunque coloro che intendano metterne sotto silenzio la straordinarietà del passato. Essa non si è certo estinta nel presente.

 

A.M.: La scelta dell’uso del linguaggio sardo per alcuni dialoghi tra i personaggi è un eccesso di realismo oppure la volontà di far conoscere anche al di fuori dell’isola la musicalità del sardo barbaricino?

Gianfranco Cambosu: Il romanzo è stato concepito per un pubblico nazionale. L’uso del Sardo barbaricino in alcune parti della storia (piuttosto limitato nel complesso) risponde alla necessità di dare credibilità a personaggi che, se proposti in modo differente, avrebbero perso di concretezza. Di questa deve essere convinto prima di tutto l’autore. C’è naturalmente anche un discorso di musicalità o di ritmo che cerco di imprimere sia nelle descrizioni che nei dialoghi. Mi pare che l’uso del Sardo, in tal senso, contribuisca bene.

 

A.M.: “Il paese delle croci” è risultato finalista alla 38esima edizione del prestigioso Premio Alberto Tedeschi, dedicato alla memoria dello storico direttore de Il Giallo Mondadori. Ci sono stati altri riconoscimenti?

Gianfranco Cambosu: In effetti dopo il Premio Tedeschi ce ne sono stati altri due: il Premio Giallo Luna Nero Notte e il Premio Licanias. Nonostante il primo resti il più importante, non posso che essere soddisfatto pure per gli altri due. Devo informare che in tutti e tre i casi il romanzo era ancora inedito.

 

A.M.: Sono in programma presentazioni del romanzo nei prossimi mesi?

Gianfranco Cambosu: Dopo aver già effettuato quattro presentazioni nei mesi di novembre e dicembre, ho in programma una serie di appuntamenti, alcuni definiti, altri da definire bene. Comincio perciò dai primi: il 26 gennaio sarò ad Abbasanta (a cura dell’Associazione Culturale CartaBianca) alle ore 16,45, presso l'aula magna di Piazza della Vittoria; il 9 febbraio sarò ospite ad Arbatax presso il Caffè Letterario da Lollo ed il 13 a Macomer. Per entrambi gli appuntamenti l’orario di inizio è previsto intorno alle 18,30. Riguardo alle date da definire, ma con accordi già presi, le tappe previste sono le seguenti: Libreria Emmepi Ubik (febbraio); Dorgali, Sala Consiliare (febbraio); Cagliari, presso l’Associazione Culturale CartaBianca (marzo), Siniscola, Biblioteca Comunale (marzo-aprile), Olbia, Libreria Mondadori (aprile). Ulteriori date in questo momento è difficile indicarle, nonostante siano già previste. Voglio informare inoltre che potrete ascoltare un estratto del mio romanzo “Il paese delle croci” sulla web radio Quarta Radio, a cura dell’attore e regista Gaetano Marino.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Gianfranco Cambosu: Me ne viene in mente una abbastanza nota di Marco Tullio Cicerone: “Sine libris cella, sine anima corpus est”.

 

A.M.: Gianfranco la ringrazio per il tempo dedicato all’intervista. Chiudo con una curiosità che unisce noi sardi alla Puglia, e più precisamente al Salento, riguardo le nostre janas e le loro jànare. Ci sono due ipotesi riguardo l’etimologia jànara, una che prende in considerazione il latino ianua (porta della casa privata, così da indicare la jànara come colei che insidia le porte) e l’altra derivante da dianara, seguace di Diana. Saluto, infine, con Lucio Anneo Seneca: “Fa una scelta di buoni autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto e come essere in nessun luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere.

 

 

Written by Alessia Mocci

 

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Ascolta estratto – Quarta Radio – Gaetano Marino

https://quartaradio.it/podcast/tre-o-quasi-tre-cronaca-di-un-racconto-dal-paese-delle-croci/

Acquista “Il paese delle croci”

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2020/01/17/intervista-di-alessia-mocci-a-gianfranco-cambosu-vi-presentiamo-il-paese-delle-croci/

 

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Intervista di Alessia Mocci a Claudio Alvigini: vi presentiamo il saggio L’inconcepibile esercizio Tue, 23 Jul 2019 13:09:59 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/583240.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/583240.html Alessia Mocci Alessia Mocci

L’attaccamento alla legge del padre Platone o del padre Aristotele o del padre Tolomeo degli intellettuali di allora divenne sempre più forte. Essi, infatti, temevano che, perdendo ciò in cui loro, la chiesa e tutti, credevano, avrebbero perso il loro potere e quindi… anche la loro privilegiata posizione di assistiti e beneficiati dal signore di turno. Forse un pensiero sul perché ci sia voluto tanto tempo per scardinare il mondo di Tolomeo, può condurci a qualche considerazione su Colombo e sulla scoperta delle Americhe.– Claudio Alvigini

Nel mese di luglio 2019 la casa editrice Macabor Editore ha pubblicato, per la collana Noisette, il saggio “L’inconcepibile esercizio” di Claudio Alvigini.

L’autore è nato in Svizzera ma ha vissuto a Palermo, Pozzuoli e Roma. Giovanissimo ha iniziato la sua carriera aeronautica come pilota civile dell’Alitalia e per svariati anni è stato comandante di Boeing 747.

L’adolescenza in Sicilia ha fortemente segnato le prime prove letterarie di Claudio e si può constatare l’ininterrotta attività che ha visto i primi frutti nel 1997 proprio con il saggio “L’inconcepibile esercizio” edito nella rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della farfalla”.

Successiva di un anno, nel 1998, è uscita la sua prima silloge poetica “Visita in città” con Nuove Edizioni Romane, nel 2002 per Edizioni La camera verde è uscita “La casa sol terrazzo”, nel 2005 “Ulàn Batòr” per Edizioni Helicon, nel 2007 “Trafficante di colori” per Edizioni LietoColle, nel 2012 “Il principio di non contraddizione” per Manni Editore, e nel 2018 con Macabor Editore il romanzo “Il Capitano di Bastur”.

 

A.M.: Salve Claudio, sono lieta di questo nuovo incontro. Nel 2018, in una nostra intervista, hai parlato di un possibile ritorno alla poesia ed invece ti ritrovo con una pubblicazione di un saggio filosofico. “L’inconcepibile esercizio” è stato, infatti, pubblicato per la prima volta nel 1997, perché hai deciso di riprendere in mano il lavoro?

Claudio Alvigini: Cara Alessia, intanto permettimi di ricambiare, anch’io sono lieto di questo nuovo incontro, il ricordo delle tue belle domande su “Il capitano di Bastur” edito da Macabor, è ancora vivissimo. Mi chiedi perché ho deciso di riprendere in mano un lavoro di più di 20 anni fa. Era uscito, infatti, nel 1997, nobilitato dall’accoglienza nelle belle pagine della raffinata rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della farfalla” che si avvaleva allora come oggi dell’elaborazione teorica di Massimo Fagioli. Mi chiedi come venne quel titolo che, anche a distanza di anni, continua a piacermi assai. Fu un giorno lontano, un decollo assai mattutino da Addis Abeba; ricordo uno strato compatto e uniforme di nubi che si stendeva a perdita d’occhio. Una smisurata coperta immobile e sospesa a poche decine di metri da terra, pronta a posarvisi da un momento all’altro, non so se per difenderla così dal freddo del mattino o per… soffocarla. C’era quel tanto di visibilità orizzontale che consentiva il decollo. Iniziammo così la nostra corsa sulla pista, con, sulla testa quel tappeto volante e senza fine di nubi che schiacciava la terra… a terra. Ed ecco, un attimo dopo la rotazione, giusto quel mezzo secondo necessario ad attraversare in accelerazione quello strato e ci trovammo proiettati, sbucammo, irrompemmo in un delirio di luce e di sole. E il nostro giorno (il nostro destino?) cambiò. Sulla terra sotto di noi e su coloro che su di essa si aggiravano, rimase quella buia incombente coperta, la loro giornata non cambiò, non so del loro destino… Pensai all’assurdità dell’esercizio del volo e forse fu proprio allora che il termine “inconcepibile” cominciò a farsi strada in me. All’Inconcepibile esercizio ero e sono legatissimo; con esso, infatti, tentai di penetrare il centro nascosto, il cuore segreto di quello che per anni e anni è stato il mio mestiere e che, pensavo, “sentivo” non essere stato ancora sufficientemente e correttamente “indagato”. Tieni presente poi che “L’inconcepibile” è stato anche il mio primo lavoro pubblicato. Dunque amore grande. L’idea di scrivere sul volo l’avevo in mente da tempo; la spinta definitiva mi venne da un fortuito colloquio con Massimo Fagioli. Si parlò del volo mi chiese qualcosa. Poi buttò lì una di quelle sue apparentemente semplici quanto geniali e definitive frasi… “Vedi”, mi disse, “il problema del volo è che è disumano…” Testuale. Rimasi allo stesso tempo fulminato e illuminato. Mi aveva suggerito la strada, avevo finalmente in mano il bandolo della matassa.       

Come dicevo, a mo’ di bella addormentata nel bosco, l’Inconcepibile dormiva un sonno profondo e apparentemente definitivo; nessun principe nei dintorni che potesse risvegliarlo. Accadde che, in occasione della prima presentazione in Calabria de “Il Capitano di Bastur”, m’incontrai con Bonifacio Vincenzi e gli consegnai una copia dei miei lavori precedenti, poesie, racconti e questo lavoro su cui mi intervisti. Gli editori, si sa, sono molto occupati e Bonifacio non fa eccezione alla regola, anzi! Poi un giorno, per chissà quale fortunata combinazione astrale, ha avuto il tempo e la curiosità di leggere il lavoro in questione (anche se, te lo posso confessare, aspetto ancora che legga il resto…). Come lui stesso mi ha confessato, ne restò molto colpito e mi disse subito che lo avrebbe pubblicato con entusiasmo nella preziosa collana di saggi “Noisette” della Macabor. Dunque, cara Alessia io non ho deciso nulla, ho solo risposto all’entusiasmo di Bonifacio. E, permettimi di dirlo, è stato il modo migliore di rimettere mano a quel lavoro, il modo più auspicabile, rispondere all’interesse sincero di qualcuno, all’entusiasmo… giovanile di Bonifacio. (Dovendo lui, nello specifico del mio esempio, rappresentare il principe che sveglia la bella addormentata dal suo invincibile sonno, il termine “giovanile” mi sembra più che mai adatto… Lui mi perdonerà − spero −). Sapevo che quel vecchio lavoro aveva una sua originalità, sapevo quanto mi era costato e che anche in esso, come ne “Il Capitano di Bastur” c’era una spremuta di vita ma, sinceramente, pensavo che nulla avrebbe potuto interromper il suo sonno. Puoi dunque immaginare con che gioia abbia accettato la proposta di Bonifacio; una conferma del mio rapporto con lui, un rapporto che, fino ad ora e facendo i debiti scongiuri, confermo essere quello ideale che ciascun autore sogna di avere con il proprio editore. Ho naturalmente apportato diversi cambiamenti al testo, non tanto nella sua sostanza, che rimane la stessa, quanto nella forma utilizzata: le note, che erano tantissime e avevano la stessa dignità del testo e che, nella versione originale e grazie alle dimensioni della rivista stavano a fondo pagina, sono entrate a far parte, con piccoli accorgimenti, del testo. E qui, un grazie di cuore va all’amico Pietro de Simoni per avermelo suggerito. Come un grazie sincero va all’amico Carmelo D’Angelo per le infinite riletture cui lo ho sottoposto. È stata un’emozione anche per me rileggerlo, ricordare le fatiche e le ricerche, le varie biblioteche visitate e i miei stati d’animo di allora, in primis la grande emozione che la scoperta della straordinaria storia del sarto di Ulm mi procurò e che divenne lo snodo centrale di tutta la narrazione. La storia del sarto impone all’Inconcepibile una decisa accelerazione, uno slancio immaginifico e bello come immaginifico e bello fu il sogno di Albrecth Ludwig Berblinger (questo era il nome del sarto), la sua “follia”: il volo umano!

 

A.M.: La dedica del saggio recita: “Vi sono stati in tutti i tempi dei grandi ingegni/ che hanno avuto questa pazzia in capo”. Di chi è la citazione?

Claudio Alvigini: La citazione è di Carlo Moretti, abate e bibliotecario all’Ambrosiana di Milano cui era affidato il delicato incarico di custodire e preservare i libri Sul volo di Leonardo da Vinci. Quelle sue parole mi sembrarono il modo migliore di iniziare il lavoro. Siamo negli anni ‘80 del 1700. È stata una delle tante felici scoperte dei due e più anni di lavoro per preparare L’inconcepibile e che mi hanno visto peregrinare tra le biblioteche di mezza Italia e anche all’estero. Profittavo degli scali dei miei voli e, se avevo un giorno libero o anche mezza giornata, spendevo quel tempo nelle locali biblioteche cercando materiali per l’Inconcepibile. All’Ambrosiana di Milano, fondata dal Borromeo nel 1607 e che è stata la prima biblioteca pubblica italiana, ho fatto questa scoperta (sono passati molti anni e spero di non sbagliarmi e di ricordare bene), è lì che si trova anche il Codice Atlantico di Leonardo, meraviglia difficilissima da consultare e da me utilizzata nell’Inconcepibile. Molte ricerche le ho fatte (e molte cose le ho trovate) nella biblioteca nazionale di Roma, ma stranamente un libretto Feltrinelli del 1991, Leonardo l’uomo e la natura, a cura di M. De Micheli, si è rivelato preziosissimo, direi fondamentale.  Libretto che − intuizione non cosciente? − mi regalò allora mia figlia Elda, del tutto ignara di ciò cui stavo lavorando.

 

A.M.: Come ben scrivi nel saggio, i tentativi umani di volare sono documentati dal Medioevo ma scorrendo nella mitologia greca si deve forzatamente passare da Dedalo e da suo figlio Icaro. Perché l’uomo, ribellandosi al peso del corpo, guarda in alto e si ingegna per alzarsi in volo?

Claudio Alvigini: Forse perché l’uomo, come dice Fagioli, appartiene a “… una specie animale che ha per sorte una fantasia, ha per sorte un’intuizione e una conoscenza della propria soggettività precaria, della propria corsa verso la morte…” Perché c’è sempre un oltre, Alessia, c’è sempre un nuovo viaggio, nuovi rapporti, nuove conoscenze; si può sempre fare di più e fare meglio, correggere gli errori di navigazione della vita e dirigersi verso terre, o cieli, che mai avremmo creduto di poter raggiungere. Il volo è libertà totale e forse eccessiva, esercizio… inconcepibile e misterioso, atto empio, acquisizione superba di una dimensione che non attiene all’uomo, alla sua antropologia, furto agli dei. È “disumano”, appunto. Ed è stato solo l’uomo a ribellarsi al peso del corpo, non gli animali (sì, sì, è vero, gli uccelli volano ma è la loro condizione naturale…). Perché, se è vero che l’uomo ha mille limiti − a partire dal peso del corpo per arrivare alla finitezza della vita − la sua curiosità, la sua ansia di sapere, la sua fantasia non ne hanno. Naturalmente qui ci riferiamo a quei pochi che, con il loro coraggio, hanno di volta in volta rifiutato il sapere attuale, hanno infranto le regole, rivoluzionato il pensiero, Copernico, Giordano Bruno, Leonardo, Einstein cioè, Fagioli in epoca più recente. Certo, come quest’ultimo dice, schierarsi contro la cultura dominante, rifiutare i maestri del pensiero… richiede indubbiamente coraggio…

 

A.M.: Impeccabile il passaggio da Claudio Tolomeo a Niccolò Copernico passando per il “De Rerum Natura” di Lucrezio: “L’animo infatti richiede di conoscere a pieno, essendo infinito lo spazio oltre i muri del mondo, cosa esista lassù, dove intenda scrutare la mente, dove il libero balzo dell’animo voli spontaneo”. Perché per più di tredici secoli non si è riusciti a riesumare le teorie del filosofo Aristarco di Samo?

Claudio Alvigini: La domanda è molto interessante, c’è proprio da chiedersi perché è passato così tanto tempo e, contemporaneamente, come fu che Aristarco, che tu opportunamente citi, in un tempo così remoto seppe spingersi così lontano, essere così moderno. Forse mi sbaglio, forse, per quel che riguarda il pensiero dell’uomo, attribuisco troppa influenza (negativa) alla religione, ma un pensierino su politeismo e monoteismo lo farei. Aristarco fiorisce nel terzo secolo a. C. C’erano gli dei burloni e vendicativi, Eolo cacciava fuori i venti dai suoi otri, Giove scagliava saette e seduceva giovani donne, Giunone ce l’aveva a morte con Enea e aiutava Ulisse. Ma, nell’ingenuità della rappresentazione antropomorfa, tutti quei dei lasciavano l’uomo un po’ più libero, ognuno adorava quello che voleva o gli era più simpatico; nella Roma imperiale convivevano culti diversissimi, orientali, dell’Egitto, portati da terre lontane dai soldati che tornavano. Una grande tolleranza tra questa miriade di rappresentazioni e, credo, un’aria più leggera. Tanto leggera che permise ai presocratici, con l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra di cercare oltre quegli stessi dei… Poi ci fu Costantino (mi si perdoni la brutale sintesi), la religione cristiana fu prima accettata poi nel 380, con Teodosio, divenne religione di stato. Nacque il dio unico, il monoteismo. E qui non c’è lo spazio per discuterne, ma un dio unico, al di là della benevola − almeno a parole − comprensione e pacifica convivenza, porta con sé l’idea, tanto nascosta quanto profonda, che solo esso, essendo l’unico, è quello giusto e vero; gli altri no. Con tutte le tragiche conseguenze cui nella Storia e, purtroppo, anche nella nostra epoca assistiamo… Poi, certo, mettiamoci anche il buio della caduta dell’Impero, le invasioni dei “Barbari”, i saccheggi e le distruzioni e poi l’anno mille, l’attesa della fine del mondo. Le eclissi che sconvolgevano e generavano angosce profonde, le malattie, la peste e la sifilide… L’attaccamento alla legge del padre Platone o del padre Aristotele o del padre Tolomeo degli intellettuali di allora divenne sempre più forte. Essi, infatti, temevano che, perdendo ciò in cui loro, la chiesa e tutti, credevano, avrebbero perso il loro potere e quindi… anche la loro privilegiata posizione di assistiti e beneficiati dal signore di turno. Forse un pensiero sul perché ci sia voluto tanto tempo per scardinare il mondo di Tolomeo, può condurci a qualche considerazione su Colombo e sulla scoperta delle Americhe. Fagioli osservava che una dilatazione così clamorosa e lacerante dello spazio fisico, dello spazio esterno, costrinse l’uomo a dilatare il proprio spazio interiore, ad avere un animo più ampio che potesse contenere la nuova immagine del mondo che le scoperte della navigazione marittima imponevano. I tempi grossomodo coincidono, Leonardo fa i suoi studi sul volo intorno al 1505, Copernico elabora le sue teorie nei primi del 500 e comincia ad esporle nel 1515, l’America era stata scoperta, l’immagine del mondo aveva già, come dire, rotto gli argini…

 

A.M.: “La luna densa e grave, come sta la luna?”

Claudio Alvigini: La luna pesante e compatta come fa a reggersi? Come mai, assieme agli astri e alle stelle non precipita sul capo dell’uomo annientando ogni cosa? È la bellissima domanda che si poneva Leonardo ed è, secondo una geniale interpretazione di cui nell’Inconcepibile dò conto, il riecheggiamento, nella maturità, delle immagini del bambino Leonardo sdraiato sulla culla in quelle calme, dense e limpide notti d’estate, col viso rivolto al cielo, ad osservare... (Leonardo passò in campagna il primo lustro di vita). Poi c’è il fascino e lo sgomento che la luna, piazzata lassù, apparentemente a portata di mano, bianca e fredda ha sempre esercitato ed esercita sull’uomo, c’è Leopardi e… c’è Armstrong, il comandante Armstrong che, primo uomo nella Storia, calca il suolo lunare.

 

A.M.: Il 20 luglio 1969 è la fatidica data dell’allunaggio ad opera di Neil Armstrong. Ma già dal 1976 si è iniziato a parlare di un finto atterraggio sulla Luna da parte degli americani. Il primo che ne parlò fu Bill Kaysing nell’opuscolo autopubblicato “We Never Went to the Moon”. Perché, secondo te, la teoria del complotto ha avuto così tanto successo sino ad arrivare ai nostri giorni?

Claudio Alvigini: Ed eccoci al 20 luglio del 1969, l’uomo mette piede sulla luna. Domando che sembra spezzata in due questa, dalla data fatidica si passa subito alla contestazione dell’evento, al finto allunaggio, al complotto. Non credo che la teoria del complotto abbia avuto poi tanto successo in questo caso, non credo cioè che sia così diffusa; alcuni la sostengono, ne parlano, ci fu anche un film mi pare. Io ho letto molto sul programma di conquista dello spazio, sull’addestramento degli astronauti, sulla conquista della luna, sul “dopo” delle loro imprese. Conosco molti aneddoti. Potrebbe essere interessante, dopo aver parlato del sarto di Ulm, parlare del… barbiere di Armstrong. Il comandante si accorse che quando gli tagliava i capelli, il suo barbiere li raccoglieva da una parte con una cura eccessiva che lo insospettì. Scoprì poi che li metteva in certi vasetti che vendeva a qualche centinaio di dollari l’uno; erano pur sempre i capelli del primo uomo che era stato sulla luna!... Dovette cambiare barbiere. La moglie racconta che dopo l’allunaggio si sia chiuso in un silenzio lungo tre anni… Un suo sospiro, diceva, era una parola e un suo cenno o una delle rarissime parole che comunque pronunciava, un intero discorso. A proposito, quanti sanno che Armstrong è morto qualche anno fa per una banale operazione di bypass mal condotta? Il primo uomo ad essere stato sulla luna muore per un caso di mala-sanità e nessuno, o pochissimi, ne sanno qualcosa… 

Domandi perché si creda al complotto. Non so rispondere con esattezza, ma un’idea ce l’ho e nell’Inconcepibile, tra le righe, è contenuta. Qui potrei accennare brevemente ad un’impresa “eccessiva” per i tempi in cui avvenne, “inconcepibile”, per restare in tema. Dalla quale ci si difende cercando di farla sparire (anche qui la teoria fagioliana mi è di fondamentale aiuto). E quale maniera migliore per ottenere questo scopo di quella rappresentata dal complotto? Quell’impresa era eccessiva? Bene, diciamo allora che fu solo mimata e mai realmente avvenuta, parliamo, scriviamo di un complotto, facciamola sparire. Poi, sai, alcuni credono alle scie cosmiche o come diavolo si chiamano, altri agli extraterrestri che sono già tra noi o che li hanno anche rapiti e con i quali hanno fatto persino dei figli. Infine ci sono quelli che credono che la terra sia piatta, i terrapiattisti, ultimamente alla ribalta. Perché meravigliarsi allora se qualcuno dice che sulla luna non ci siamo mai andati? Io faccio parte di coloro che non credono al complotto, ma una piccola considerazione sul complotto può essere comunque fatta. Da una parte un atteggiamento critico serve, la cosiddetta controinformazione necessaria ed essenziale per non farsi abbindolare da false notizie – argomento questo, grazie ai social e a internet, più attuale che mai – dall’altro la tendenza a vedere complotti d’ogni parte, potrebbe nascondere, sotto insospettabili spoglie, una voglia di conservazione, una forma di opposizione a quanto di nuovo può scardinare il vecchio mondo e il vecchio modo di pensare. Ogni caso comunque, va valutato a parte, non si può generalizzare. Era un complotto dire che la strage di Piazza Fontana era stata causata dagli anarchici, fu allora importantissimo dirlo che era un complotto, rifiutare la falsa verità sparata a nove colonne sui quotidiani. La contro informazione fu, nell’occasione, sacrosanta. Non credo che si possa sostenere lo stesso per quel che riguarda l’allunaggio del ‘69. Del resto si sta programmando un ritorno a breve sulla luna da parte degli americani e forse dei cinesi, ricordo che ci sono un paio di jeep con cui, nelle missioni che seguirono all’Apollo 11, gli astronauti scorrazzavano lassù. False anche quelle?  Se saranno ritrovate, assieme alla bandiera che lasciò Armstrong, cosa diranno gli scettici? Senza parlare poi di quelle centinaia di chili di roccia lunare che sono osservabili tutt’oggi e gli infiniti filmati.  Ne è stato presentato uno che dicono formidabile e mai visto prima sull’intera impresa, il mese scorso a Zurigo (era presente il quasi novantenne Aldrin, pare più in forma che mai, secondo uomo a calcare il suolo lunare); uscirà a settembre in Italia. C’è poi da considerare l’attenzione spasmodica con cui le reti radar e l’intelligence russa hanno seguito ogni passo della vicenda, se ci fosse stato imbroglio ed inganno vi sarebbero balzati sopra come un sol uomo. Ripensiamo a quegli anni: si era in piena guerra fredda, la Russia, dopo lo Sputnik del 1957 che, volteggiando ben visibile nel cielo americano, si prendeva gioco di un’intera nazione con i suoi beep-beep ad ogni passaggio (circa ogni ora e mezza), dominava la competizione spaziale. Sembrò averla definitivamente vinta con l’impresa del 1961 del ventisettenne Yuri Gagarin, primo uomo in orbita attorno alla terra. L’America doveva rispondere in qualche modo, va tenuto infatti presente che la supremazia nella corsa allo spazio era sinonimo, in quegli anni, di dominio mondiale. Nel 1962, in un celebre discorso, Kennedy, per recuperare il terreno perduto, lanciò il decennio della luna e promise che nei prossimi dieci anni l’America avrebbe portato un uomo sulla luna e lo avrebbe riportato a terra. Partì la più colossale cooperazione tecnico industriale che la storia abbia mai visto. Milioni di contratti, di moduli, di simulatori, costruzione di Hangar giganteschi, selezione tra i migliori piloti americani per scegliere gli astronauti, lo straordinario addestramento cui furono sottoposti, il diario che molti di loro hanno tenuto. Tutti d’accordo nella grande recita? Tutto un bluff?

 

A.M.: Questa nuova fiducia posta su Macabor Editore è prova di affidabilità della casa editrice?

Claudio Alvigini: O.K., torniamo… sulla Terra. Credo che, in quanto detto nei punti precedenti, sia già contenuta una risposta. Posso aggiungere che siamo di fronte, in questo caso, al rovesciamento delle parti, è l’editore a spingere l’autore, a proporgli la pubblicazione… Altro che affidabilità Alessia! Auguro alla Macabor ogni successo, perché lo merita come nessun altro, perché è una casa editrice che ama ancora il bello, lo cerca e lo stimola. La mia stima e amicizia con Bonifacio, consolidata da interminabili telefonate tra Lisbona e Francavilla Marittima (in genere lo colgo mentre sta cucinando e gli faccio bruciare tutto...) è oramai consolidata, la passione con cui fa il suo lavoro, il suo disinteresse, mi fanno pensare che anche oggi, nonostante si cerchi solo il danaro ed il successo a poco prezzo e con poca fatica, sia possibile fare bene le cose in cui si crede, seguire la propria strada infischiandosene di dove vanno gli altri, perseguire la propria idea, il proprio sogno, proprio come fece il sarto di Ulm. E, a proposito del sarto, l’entusiasmo di Bonifacio per questa dimenticata eppur storica figura è stato tale che ha deciso di dare alla rivista di poesia che si appresta a pubblicare (e questa è una vera anticipazione!) proprio questo nome: Il sarto di Ulm.

 

A.M.: Hai già il programma delle presentazioni estive de “L’inconcepibile esercizio”?

Claudio Alvigini: La pubblicazione dell’Inconcepibile, mi ha come sorpreso, tutto, da un certo momento in poi si è svolto molto rapidamente e dunque le presentazioni le stiamo organizzando solo ora. Penso quindi di fartele sapere e renderle pubbliche quanto prima.

 

A.M.: Mi è rimasta la curiosità sul tuo ritorno alla poesia: in quest’ultimo anno sei stato visitato dalle Muse?

Claudio Alvigini: Sì, cara Alessia, e ancora una volta grazie della tua attenzione e sensibilità; qualcosa è accaduto, qualche musa si deve essere smarrita finendo così sulle soglie dell’Atlantico; lì ci siamo incontrati.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Claudio Alvigini: Ripensavo al sarto di Ulm, a Bonifacio, a come intende il mestiere e la vita, a come la intendo io la vita, ripensavo alle tue domande e continuava a venirmi in mente una citazione apparentemente semplice ma, a guardar bene, profondissima e tale da segnare un discrimine tra gli uomini: “Bisogna spendere i soldi per la vita, non la vita per i soldi.” Indovina un po’ di chi è?

 

A.M.: Ora ho finalmente compreso perché Mnemosýne ha lasciato i monti della Pieria: sta cercando una delle sue adorate figliuole! Ti ringrazio, Claudio, per la tua gentilezza nell’accogliere le mie domande e per il tempo che hai dedicato. Questo caro amico sarto che spese ogni suo denaro per un prototipo di deltaplano e che morì di malnutrizione nel 1829 − dopo aver donato il suo grande ingegno ad Ulm − è stato celebrato dal drammaturgo e poeta tedesco Bertolt Brecht. Saluto, dunque, con due strofe della favola allegorica “Il sarto di Ulm”: "Vescovo, so volare",/ il sarto disse al vescovo./ "Guarda come si fa!"/ E salì, con arnesi/ che parevano ali,/ sopra la grande, grande cattedrale.// Il vescovo andò innanzi./ "Non sono che bugie,/ non è un uccello, l'uomo:/ mai l'uomo volerà",/ disse del sarto il vescovo.

 

 

Written by Alessia Mocci

Photo Claudio Alvigini by Barbara Ledda

In copertina foto di Claudio Alvigini ventenne

 

Info

Sito Macabor Editore

http://www.macaboreditore.it/home/

Acquista “L’inconcepibile esercizio”

https://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/84-l%E2%80%99inconcepibile-esercizio

Facebook Macabor Editore

https://www.facebook.com/Macabor-Editore-232652587202894/

Articolo The Guardian Bill Kaysing

https://www.theguardian.com/science/2019/jul/10/one-giant-lie-why-so-many-people-still-think-the-moon-landings-were-faked

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/07/17/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-alvigini-vi-presentiamo-il-saggio-linconcepibile-esercizio/

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Intervista di Alessia Mocci a Francesco S. Mangone: vi presentiamo La spazzola dell’ingegnere Fri, 05 Jul 2019 19:00:26 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/577120.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/577120.html Alessia Mocci Alessia Mocci “Furore prende il titolo dal grande romanzo di John Steinbeck, uscito nel 1939; leggendolo si capisce come la crisi umana, sociale e politica di quegli anni assomiglia alla disperazione dell’oggi. Il romanzo sociale è tale perché rimette al centro la vita delle donne e degli uomini in carne e ossa, in questo tempo dello spettacolo e della finzione.” – Francesco S. Mangone

Francesco Siciliano Mangone è nato e vive a Trebisacce sul golfo di Sibari. È stato docente nelle Medie e presso il Liceo della sua cittadina. Ha collaborato con la redazione della rivista letteraria “La colpa di scrivere” e successivamente nel “Fiacre n° 9”.

Per anni, come volontario nell’associazione Passaggi, ha insegnato ai migranti ed ancora conduce un laboratorio teatrale di giovani e anziani.

Le sue passioni sono i libri, la barca a vela, le api, ed ultimamente l’orto e le sue coltivazioni. Ha pubblicato romanzi, raccolte di poesie e saggi. Ricordiamo “Schnellboot s-57” (Aljon, 2009), “Jonion” (Robin Edizioni, 2011), “1961, Le vacche di Fanfani” (Robin Edizioni 2012), “Misura minore” (Pungitopo Editrice, 2016), “Il maestro illecito” (Robin Edizioni, 2018).

Con l’associazione culturale il Musagete di Bonifacio Vincenzi ha partecipato alle tante iniziative svolte sul territorio e recentemente ha preso l’incarico di condurre la neo collana della casa editrice Macabor Editore “Furore – il romanzo sociale”. La collana è inaugurata proprio con un romanzo di Francesco S. Mangone: “La spazzola dell’ingegnere”.

 

A.M.: Salve Francesco è un piacere poter dialogare con lei per presentare ai lettori due novità della casa editrice Macabor Editore. Partendo dalla prima: com’è nata la collaborazione con l’editore Bonifacio Vincenzi per la creazione della collana di narrativa “Furore – il romanzo sociale”?

Francesco S. Mangone: Grazie Alessia, con Bonifacio Vincenzi ci conosciamo da anni, dapprima che diventasse editore. Con lui, fondatore dell’associazione il Musagete, per anni abbiamo fatto tantissime cose, dalla promozione del libro, serate dedicate all’arte, alla cultura, in giro per i paesi calabro-lucani intorno al Pollino. Successivamente a gestire la rivista letteraria “La colpa di scrivere” e in seguito con “Il fiacre n° 9”. Anni di passione e formazione. Qualche mese fa ci siamo rivisti e gli ho proposto di pubblicare “La spazzola dell’ingegnere”, ma di farlo in una collana apposita, che avesse il profilo del romanzo sociale. E lui subito mi propose di occuparmene. Così venne fuori l’idea di Furore. Prende il titolo dal grande romanzo di John Steinbeck, uscito nel 1939; leggendolo si capisce come la crisi umana, sociale e politica di quegli anni assomiglia alla disperazione dell’oggi. Il romanzo sociale è tale perché rimette al centro la vita delle donne e degli uomini in carne e ossa, in questo tempo dello spettacolo e della finzione. All’inizio del terzo millennio, furono dati per finiti la storia e i conflitti sociali che lacerarono il Novecento. In questa visione, anche l’opera d’arte doveva ridursi a una questione di linguaggio, di stile. Ridurre i contenuti a un semplice gioco letterario. Non è così. Vedi, ritornano i drammi, gli orrori, la necessità della Storia, per capire.

 

 

A.M.: La seconda novità di cui mi piacerebbe parlare è l’uscita del primo romanzo della collana “La spazzola dell’ingegnere”.

Francesco S. Mangone: Il titolo trova soluzione nell’esergo di W. Benjamin. Laddove la visione storicistica vede una linearità crescente del progresso in un determinismo teleologico, l’ingegnere Carlo Sarracini, seguendo il filosofo tedesco, racconta (spazzola) la storia non dal lato dei vincitori ma da quello dei perdenti, degli ultimi (di contropelo, cioè). Nel romanzo si parla dell’inganno della fabbrica negli anni ’50 al Sud, del suo lato oscuro, e della sottomissione dell’uomo alla “macchina” fordista, mentre si pone la questione della nascita della dualità italiana. (L’attualità anche in questo caso è evidente. In questi giorni, il governo sta per varare la cosiddetta autonomia fiscale delle tre regioni più ricche d’Italia.) Si continuano a ribadire le politiche che separano l’Italia. Nel tempo si è fatto del Nord una macroregione ricca, sviluppata ed europea, e dell’Italia di giù una terra di mafie, di servitù militari, mercato del lavoro; di briganti ed emigranti. I buoni al Nord e i cattivi al Sud. Il romanzo raccoglie e struttura questa complessità, per ricordarla. Quando lavoro a un romanzo so che è solo una tessera di un più complesso metaromanzo. In questo modo scrivo contemporaneamente più cose, mentre leggo e prendo appunti su altre storie e personaggi. Impiego anni per scrivere. Da questa massa di scrittura viene fuori il romanzo e io con loro. Vivo e cresco leggendo e scrivendo. Spesso sono i personaggi o le maschere che mi indicano direzioni, dove andare. La scrittura è spostare la dicibilità e la visibilità del mondo, del mio tempo.

 

A.M.: Il romanzo è ambientato in Calabria ma possiamo ben affermare che racconta una realtà che si è verificata in varie regioni d’Italia. Quel “Fare il Sud come il Nord” è la promessa di benessere che non è stata mantenuta e “l’utopia di strada” è la soluzione comunicativa dell’ingegnere Carlo Sarracini. “Procedere a piedi. Sentire il corpo abitare gli spazi. Deambulare. […] Vedere d’intorno il lavoro e la cura che ebbero gli avi.”

Francesco S. Mangone: “Fare il Sud come il Nord” è un inganno. Una frase a effetto usata dai politici d’accatto. Non vale forzare, imitare. Bisogna partire dalla cultura e dalle radici d’un popolo, di là si parte per migliorare. Sapere del genius loci che accompagna le eccellenze intime e speciali dei luoghi. Assecondare le vocazioni, mai più la speculazione e lo sfruttamento, ma la Cura. In molti pensano che vale invece vendersi l’anima. Sarracini viene deluso dalla fabbrica e dal consumismo che porta, così opera quella inversione che sarebbe necessaria a noi singolarmente e collettivamente. È un passaggio dall’io individualistico e nichilista al noi della comunità solidale e inclusiva. Dal basso dice Sarracini, dai “giovani innamorati dell’ambiente”. L’utopia di strada viene da sé, significa porsi sullo stesso piano dell’altro da noi. S’incontra l’altro non solo per aiutarlo, ma anche per imparare da lui.

 

A.M.: Carlo Sarracini è solito dire: “La morte, quando Nostro Signore vorrà, non mi troverà di certo indifferente e in ozio… ma nel pieno del mio essere cristiano”. Quando l’esser cristiano di Carlo è divenuto “un soggetto storico pronto ad accogliere il messia, la rivoluzione”?

Francesco S. Mangone: Non mi sento un credente, ma leggendo i Vangeli ho compreso la carica rivoluzionaria che c’è ancora in quegli Annunci. Mi hanno colpito i riferimenti al corpo degli ultimi. Corpi ammalati, folli, impazziti e piagati dalla miseria, e così via. Da quella prassi, credo, Cristo abbia imparato ad amare la fragilità dell’uomo. Ne è caduto follemente in amore. “Il maestro illecito” (Robin Edizioni), il romanzo precedente uscito la scorsa estate, parla del maestro Rolando dell’A, lui, laico reduce dal Maggio ’68, che insegna italiano ai migranti tra la miseria e la violenza nella Piana di Sibari. In quel caso le premesse sono differenti, ma l’umanità messa in campo identica. Per Sarracini, di cultura e formazione cattolica, è essenziale la concordanza tra lettura dei vangeli e la propria vita. Ma attenzione, non è un mero formalismo il suo: apre qualità nuove di resistenza. Sarracini ha imparato che solo quando il tempo diventa storia e l’anima si concilia con il corpo si apre la possibilità d’una inversione. Lui l’ha sperimentato. Curiosamente Sarracini “incontra”, senza saperlo, Walter Benjamin ed Ernest Bloch.

 

A.M.: “La spazzola dell’ingegnere” porta avanti una tematica calda anche se inizia il suo racconto nel 1990 quando la motonave Jolly Rosso si è insabbiata in zona Formiciche. Infatti, anche se il processo che indaga sull’avvelenamento della vallata del fiume Oliva è stato formalmente chiuso nel 2017, recentemente è stato riesumato in Corte d’Appello d’Assise a Catanzaro. Forse quella sentenza di due anni fa che proclamava l’assoluzione di tutti gli indagati è stato un ulteriore maltrattamento dei calabresi? C’è possibilità che la giustizia corra il suo corso? E com’è la situazione odierna visto il meteo incerto di questa primavera?

Francesco S. Mangone: Le cosiddette “navi a perdere”, “carrette del mare” o “navi dei veleni” sono l’argomento d’un altro mio romanzo “Jonion” del 2008. Dentro questa storia c’è l’alleanza tra malavita del Sud e industriali del Nord. Sono temi scandalosi, difficili da accettare. Oggi questa storia sembra finita. Ma si sa che le nuove discariche sono diventate zone del mondo a bassa capacità di controllo democratico. Sono vicende che nei nostri media vecchi e nuovi, restano sfrangiate, sempre nuove. Occasione di chiacchiericcio, con noi a stupirci e impotenti. Ecco il limite del giornalismo o dei talk show televisivi. Restano frammenti e mai che si riesce a mostrare la razionalità che presente in noi li fa accadere (Sì, perché noi non siamo innocenti). È diffusa invece da qualche tempo una sorta d’irrazionalità che fa sembrare l’accadere come colpa d’un destino cinico e baro. In cui forse la magia o le affezioni salvifiche sono demandate all’uomo solo al comando, che ci salva e libera. A complicare le cose le sentenze della magistratura, che anch’esse arrivano in ritardo oppure si contraddicono a secondo dei livelli di giudizio. Intercorre una crisi più generale che è quella della verità. Sembrerebbe che la stessa Magistratura resti nel guado d’un mutamento del diritto e che non riesca a produrre chiarezza sui ciò che bisogna intendere per “giustizia”. Sarebbe necessario perciò ricostruire, affidarsi a un nuovo pensiero critico, restituendo alla ragione e alla cultura il primato che ora sembrano aver perso. Ma si sa che poco può fare la magistratura se deve supplire la politica e la coscienza della gente.

 

A.M.: Ma oltre al Cesio 137, nel romanzo si racconta della diossina TCDD che, il 10 luglio 1976, fuoriuscì dall’azienda ICMESA di Meda ed investì una vasta area dei comuni adiacenti toccando particolarmente Seveso e delle 40 tonnellate di MIC (isocianato di metile) della multinazionale statunitense Union Carbide (oggi proprietà di Dow Chemical) che, il 3 dicembre 1984 nella città indiana di Bhopal, provocarono la morte di un numero ancora non chiaro di vittime (alcune agenzie governative parlano di 15.000). Quando si avrà modo di punire i colpevoli?

Francesco S. Mangone: Di questi disastri parla il romanzo. Le cose dal mio punto di vista non sono cambiate. Il Cesio 137, la diossina e i tanti veleni che a profusione immettiamo nei nostri circuiti alimentari e di vita restano conosciuti e chi avrebbe il compito di intervenire non lo fa. Sarracini con il giovane Greg Malari sono protagonisti nell’informazione e controinformazione su queste sciagure. Ma ad entrambi tocca fare un lavoro oscuro nell’indifferenza. Come il romanzo, Sarracini non si piega all’ignavia. Col tempo diventa una sorta di megafono della verità, dal basso. Andando per le strade a realizzare l’utopia vera, non quella minestra cucinata dall’alto. Così si ispira al Cristo, ma anche allo stesso Mao della lunga marcia. Ma la crisi attuale è qualcosa di molto più grave e decisiva. Le multinazionali della chimica hanno potere immenso e producono qualsiasi cosa pur di ottenere il profitto del capitale investito. Non ci resta che insistere. Sapendo che oltre c’è l’indifferenza. La cosa folle del pensiero corrente è che nelle crisi ci si rimanda sempre al futuro, alla tecnica. E con la tecnologia e gli algoritmi si sostituiscono le scelte umane e si indeboliscono le sue capacità di giudizio. L’impotenza di punire i colpevoli corrisponde all’impossibilità di risalire e giungere al dominus d’una tale razionalità. Non si tratta di singole persone, dunque, ma d’un sistema logico astratto che tutto tiene: potenti e deboli, vittime e carnefici. S’intreccia il dominio ferreo delle élite finanziarie ai poteri vasti delle multinazionali: il pericolo è per la stessa democrazia e come l’abbiamo conosciuta e realizzata dal dopoguerra a oggi.

 

A.M.: Quanto la gravosa questione ambientale è sentita dalle persone? Oppure si è ancora in uno stato di alienazione tale da non preoccuparsi perché si demanda questo problema foriero di morte alle genti future non riflettendo sul semplice fatto che le “genti future” sono già qui e siamo “noi del presente”?

Francesco S. Mangone: Si continua a dare segnali contraddittori. Ci si dice che la colpa della crisi è il livello alto di vita che abbiamo condotto, e dall’altro ci si invita a consumare, con i Governi a promettere sviluppo. Si parla di Green Economy e si continua usare le energie fossili e dare licenze alle multinazionali del petrolio di perforare coste, mari e fragili territori. È un miserabile spettacolo, mentre si invoca l’uomo forte per colpire i più poveri, i migranti, le famiglie quali responsabile del disordine generale. A fare da grancassa i media che puntano sulle emozioni, l’irrazionale e lo svuotamento del reale, senza andare alle radici del male. Sarebbe necessario una visione antropologica intelligente e positiva per tentare una presa di coscienza. L’illegalità, le mafie, la corruzione, il disprezzo e la solitudine sembrano essere le truppe cammellate del sistema. La cancrena che si attacca e lentamente vince. Carlo Sarracini, in un discorso a Cetraro, la bella città sul Tirreno calabrese, parlando della nave Kunskj affondata dalla ‘ndrangheta locale, per sollevare i cittadini, giunge ad usare toni apocalittici sulla fine del pianeta, ma serve a poco.

 

A.M.: Ci sono in programma presentazioni del romanzo “La spazzola dell’ingegnere”?

Francesco S. Mangone: Ci saranno certamente delle presentazioni nei mesi a seguire, ma avremo modo di precisarlo meglio quanto prima. Presso il sito della casa editrice informeremo chi sarà interessato.

 

A.M.: È presto per chiedere un’anticipazione sul secondo romanzo che sarà pubblicato nella nuova collana?

Francesco S. Mangone: Bè, Sì. Abbiamo delle idee, ma è ancora presto per decidere. La nostra intenzione è farla diventare un punto di riferimento per scrittori che hanno in mente la storia e la lettura del presente come storia. Mostrare lo scarto tra ideologia e vita naturale. Usando lingua e forma non in se stesse, ma per tentare una diversa rappresentazione della realtà. Approfittiamo perciò dell’occasione che ci concede la rivista per invitare quanti vorranno di inviare i loro manoscritti.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Francesco S. Mangone: Essendo il romanzo in un certo senso sotto l’egida di Benjamin, ho pensato di salutarla citando da un pensiero comune Sarracini-Benjamin: “Ogni nostra singola azione ha il ritmo della natura messianica, perché partecipa e anticipa il regno di Dio, perciò bisogna operare come se il Messia ci fosse da presso.”

 

A.M.: Francesco ringrazio per la sincerità delle sue parole, è complesso trattare alcune tematiche, perché è complesso interessarsi di ciò che accade – che noi uomini facciamo accadere −. Per questo motivo ho il piacere ed il dovere di sottolineare in chiusura una sua bellissima asserzione che sale come grido disperato pregno di coscienza: “noi non siamo innocenti”. Saluto con il versetto 17 del Vangelo di Tommaso: “Gesù disse: − Gli uomini certamente credono che io sia venuto a portare la pace nel mondo, ed essi non sanno che io sono venuto a portare sulla terra le discordie, il fuoco, la spada, la guerra. Infatti saranno cinque in casa e si schiereranno tre contro due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, e si leveranno come solitari.”

 

Written by Alessia Mocci

 

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/07/01/intervista-di-alessia-mocci-a-francesco-s-mangone-vi-presentiamo-la-spazzola-dellingegnere/

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Intervista di Alessia Mocci a Cristina Zaltieri: vi presentiamo Spinoza e la storia Sat, 22 Jun 2019 14:01:25 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/572045.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/572045.html Alessia Mocci Alessia Mocci

Nietzsche coglie cinque motivi di consonanza tra il suo pensiero e quello del pensatore olandese: entrambi combattono l’illusione del libero arbitrio, confutano il finalismo di matrice aristotelica, distruggono la concezione di un ordine morale inerente al mondo, mostrano l’interesse come motore di ogni umano agire, negano il male ontologico, insito nelle cose stesse.” – Cristina Zaltieri

“Spinoza e la storia” edito nel maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore è un saggio critico sul filosofo olandese Baruch Spinoza (Amsterdam, 24 novembre 1632 – L'Aia, 21 febbraio 1677) comprendente una ricca selezione di saggi curati da Cristina Zaltieri e Nicola Marcucci, pubblicato nella collana “Il corpo della filosofia”.

Il saggio si apre con l’introduzione “Spinoza. Come pensare altrimenti la storia” di Cristina Zaltieri nella quale sono illustrate le quattro parti che compongono l’ambizioso e ben riuscito progetto corale di nuova rilettura del filosofo olandese seguendo la moderna attenzione riservatagli dai filosofi Gilles Deleuze e François Zourabichvili.

La prima parte, “Alle radici di una storia spinoziana”, inizia con il saggio di Chiara Bottici e Miguel de Beistegui, seguono il saggio di Patrizia Pozzi, il saggio di Francesco Toto, con chiusura di Nicola Marcucci.

La seconda parte, “Una solitudine condivisa. Tra precursori e seguaci”, prende avvio con il saggio di Augusto Illuminati, seguono il saggio di Guillermo Sibilia, il saggio di Riccardo Caporali, con chiusura di Cristina Zaltieri.

La terza parte, “Contro la lettura astorica”, vede come primo saggio “Spinoza e la storia” di Vittorio Morfino, seguono il saggio di Thomas Hippler; il saggio di Andrea Cavazzini, con chiusura di Homero Santiago.

La quarta parte, “Spinoza oltremoderno”, si apre con il saggio di Ezequiel Ipar, seguono il saggio di Manfred Walther, il saggio di Maria de Gainza, con chiusura di Stefano Visentin.

Cristina Zaltieri è docente di filosofia ai licei e cultrice di filosofia all’Università di Bergamo. Dirige assieme alla stimata collega Rossella Frabbrichesi la collana “Il corpo della filosofia”. Precedentemente altri suoi lavori filosofici sono stati pubblicati per gli editori Guerini e Mimesis.

 

A.M.: Ciao Cristina ci siamo conosciute grazie alle pubblicazioni che hai curato sul filosofo francese di origini georgiane François Zourabichvili che si dedicò interamente alla comprensione al commento dell’opera di Baruch Spinoza e Gilles Deleuze. Oggi non ci discosteremo molto dall’argomento, infatti la nostra chiacchierata verterà sulla nuova pubblicazione che hai curato con Nicola Marcucci, “Spinoza e la storia”. Come nasce l’idea di questa raccolta di saggi su Baruch Spinoza?

Cristina Zaltieri: Nel giugno 2103 alcuni studiosi italiani di Spinoza, Raffaella Colombo, Vittorio Morfino, Gianfranco Mormino e Nicola Marcucci convocarono a Milano per un convegno di tre giorni esperti di studi spinoziani da ogni parte del mondo al fine di considerare il complesso rapporto che il pensiero di Spinoza intrattiene con la storia, al di là di un secolare interdetto che nelle interpretazioni tradizionali gravava su tale rapporto. Ne emerse un panorama di studi e di letture variegato e davvero cospicuo che subito si mostrò meritevole di pubblicazione in quanto il tema risultava nella letteratura spinoziana pressoché inesplorato. Ma per alterne vicende, in primo luogo legate al finanziamento della pubblicazione, l’impresa si bloccò fino a quando, nello scorso anno, Silvano Negretto mostrò interesse al testo per la sua collana di filosofia “Il corpo della filosofia”. Nicola Marcucci ed io, che avevo partecipato come relatrice al convegno, ci facemmo carico ben volentieri del lavoro di curatela della pubblicazione.

 

A.M.: Quali sono − nella diversità dei punti di vista evidenziati nei diversi saggi − i temi e concetti chiave per i quali Spinoza può dirsi interessato al movimento e alle trasformazioni della storia?

Cristina Zaltieri: Spinoza nella sua breve vita ha elaborato una filosofia che ha il proprio cuore pulsante in un progetto di liberazione etico-politica, progetto ben testimoniato dall’Etica e dai due Trattati. Emancipazione, democrazia, libertà, formazione, sono tutti temi che riecheggiano nelle pagine di Spinoza e la storia e che ogni studioso di Spinoza sa essere cari al nostro filosofo. Di certo un interesse per la storia traspare lungo il Trattato teologico-politico ed è presente pure nel Trattato politico; ciò spiega come la gran parte dei saggi raccolti in Spinoza e la storia si riferiscano ai due testi in questione. Nel primo testo Spinoza mostra una profonda conoscenza dei costumi e delle vicende della storia ebraica biblica che fa valere in senso critico nei confronti di una lettura astorica della Bibbia. Nel Trattato politico la disamina dei tre modelli statuali, monarchico, aristocratico e democratico (quest’ultimo purtroppo non affrontato da Spinoza che muore lasciano incompiuto il testo) è arricchita da continui exempla tratti dalla storia delle comunità umane – dei romani, degli aragonesi, degli inglesi, ecc. − ben conosciuta da Spinoza. 

Ora, un progetto emancipativo richiede un confronto con la storia come luogo del divenire umano. Si tratta di capire quali caratteri assuma l’indubbia attenzione di Spinoza per il divenire umano. È questo il tema centrale del testo, declinato in molteplici forme dai vari autori. Ad esempio, Manfred Walther considera la distanza (e anche i punti in comune) tra la concezione spinoziana, che non ammette l’emergere dell’assolutamente nuovo, e la lettura evolutiva. Homero Santiago legge nel more geometrico non l’antitesi ad ogni divenire (come spesso si è detto), bensì la possibilità di dar conto delle trasformazioni nel senso di un’esplicazione di ciò che ogni ente inviluppa in sé, proprio come ogni figura geometrica implica in sé molteplici proprietà. Mariana de Gainza legge in Spinoza una lettura della storia che l’autrice chiama “prospettivismo critico” e che è antidoto ad ogni costruzione di una storia universale.

 

A.M.: Quali sono, secondo te, le fasi storiche fondamentali (e relativi autori più significativi) nelle quali si svolgono e via via mutano le interpretazioni della filosofia complessiva di Spinoza?

Cristina Zaltieri: Quando Spinoza muore, nel 1677, non ha adepti né lettori, al di fuori della cerchia ristretta dei suoi amici; è in odore di ateismo e per un secolo sarà pressoché dimenticato (se si escludono rari commentatori come Pierre Bayle) fino a quando nel 1785 il filosofo tedesco Jacobi rende pubblica una sua conversazione con il grande letterato illuminista Lessing in cui quest’ultimo dichiarava di sentirsi in piena consonanza con il pensiero di Spinoza. Lessing asseriva che le tradizionali forme di religione non gli dicevano più niente, egli riposava ormai su un unico pensiero: en Kai pan, ossia “tutto è uno”. Ne emerse un dibattito che coinvolse i maggiori pensatori del momento e che servì per riportare all’attenzione di tutti il pensiero dell’eretico Spinoza anche se molti dei lettori del tempo, tra cui Kant, stigmatizzarono in Spinoza un razionalismo esaltato, fanatico, privo di alcuna misura e limite, che pretende di spiegare ogni verità metafisica. Le letture idealiste che ne seguirono, quella di Hegel, in primis, se da un lato riconoscevano al pensiero di Spinoza una grandezza indiscussa, dall’altro lo inchiodavano a pensiero della sostanza immota, dove il finito e il molteplice, in quanto effimera apparenza, si inabissano.

Bisogna giungere agli anni sessanta del Novecento per assistere, in terra francese, a un radicale cambiamento di paradigma nella lettura di Spinoza. Ne è esponente significativo Gilles Deleuze che nelle sue ricerche dedicate a Spinoza, Spinoza et le problem dell’expression (1968) e Spinoza. Philosophie pratique (1981) fa di Spinoza il filosofo della radicale immanenza valorizzando temi quali quello del desiderio, del corpo, della filosofia come cammino di liberazione. Negli anni settanta Althusser e i suoi discepoli, Etienne Balibar e Pierre Macherey, leggono in Spinoza un filosofo rigorosamente materialista, una sorta di precorritore, nella considerazione dell’ideologia, del pensiero di Marx. Ad Althusser dobbiamo la lettura di uno Spinoza portatore di una storia “altra”, una storia policronica e evenemenziale.

Da allora ai giorni nostri Spinoza è sempre più studiato, in tutte le parti del mondo, come dimostra la varietà di provenienza degli studiosi ospitati in Spinoza e la storia. La popolarità di Spinoza ha reso paradossalmente questo filosofo − così difficile e arduo da comprendere − una sorta di esponente della pop-filosofia, citato persino da Vasco Rossi prima di un suo concerto qualche anno fa. Questa popolarità di Spinoza dà ragione a Deleuze che, mentre lo definiva “il principe dei filosofi”, lo chiamava anche il “filosofo dei non filosofi” perché il suo pensiero rende possibile una sorta di approccio “affettivo”, selvaggio, ai suoi concetti.

 

A.M.: Perché le interpretazioni raccolte sul saggio “Spinoza e la storia” sono differenti da quelle tradizionali?

Cristina Zaltieri: Spinoza, accompagnato in vita come dopo la morte, dall’aura negativa del pensatore che fu maledetto dalla sua stessa comunità di appartenenza, esecrato da tutte le chiese, isolato dalla cultura ufficiale del suo tempo, ritornò ad essere oggetto di attenzione, anzi di una vera e propria Spinoza Renaissance, nel contesto del Romanticismo tedesco. Ora, sia i detrattori sia gli entusiasti adepti del filosofo dell’Etica, lo lessero, in quel contesto, come colui che considerava la totalità del reale, incarnata nella Sostanza infinita, come immobile, dunque senza storia, abbandonando il divenire dei singoli modi, uomini, esseri animati o cose, alla conoscenza immaginativa. Questa è una lettura di Spinoza che è durata più di due secoli e che ha inibito una ricerca in direzione dei possibili apporti della filosofia di Spinoza per pensare la storia.

Nei saggi raccolti in Spinoza e la storia si va oltre la tradizionale accusa volta a Spinoza di un rifiuto della storia e si assume ciò che il testo stesso di Spinoza, in particolare i due Trattati, chiaramente esprime: un interesse per la storia, considerando le peculiarità della storia pensata à la Spinoza. Ne emerge una storia in cui costantemente è al lavoro l’imprevedibilità del desiderio che sfugge a ogni incanalamento (Bottici – de Beistegui). Una storia che assume dal toledot, storia generativa ebraica, caratteri singolari e carnali, legati al passaggio madre/figlio, senza possibilità di uno sguardo universale e oggettivo, quale la storia dominante nella cultura platonico-cristiana – di ispirazione erodotea – esige (Pozzi). Una storia in cui non è agente un soggetto libero e autodeterminantesi ma un automaton, ossia un soggetto sociale che si esprime in pratiche determinate (Toto). Si deve considerare che alla base della concezione spinoziana del tempo, sta la lettura epicureo-lucreziana che lo vede come una pluralità di ritmi, una policronia (Illuminati), restando il tempo privo di valenza ontologica, mero ausilio dell’immaginazione, mentre è la durata, sempre singolare, del modo finito che ogni ente è, a scaturire dalla potenza della sostanza, ad avere quindi una realtà ontologica (Sibilia).

 

A.M.: “Nietzsche e Spinoza contro la moderna formazione dell’umano” è il titolo del tuo contributo che chiude la seconda parte del saggio. Cito dal testo: “Sia Spinoza sia Nietzsche rifiutano di considerare degni di valore concetti quali quelli di «perfezione» o «imperfezione», «ordine» o «disordine» attribuiti agli enti, poiché entrambi vi leggono il segno di una riduzione delle cose alla misura dell’uomo, al criterio del proprio utile.” Quali sono in breve gli elementi di fondo che si ritrovano nei due filosofi?

Cristina Zaltieri: Nietzsche incontra Spinoza almeno dieci anni dopo i suoi esordi filosofici, come testimonia la famosa lettera a Franz Overbeck del 31 luglio del 1881. Ne rimane estasiato, finalmente non si sente più totalmente isolato, si sente legato a Spinoza in una solitudine a due, come egli stesso racconta. Nietzsche coglie cinque motivi di consonanza tra il suo pensiero e quello del pensatore olandese: entrambi combattono l’illusione del libero arbitrio, confutano il finalismo di matrice aristotelica, distruggono la concezione di un ordine morale inerente al mondo, mostrano l’interesse come motore di ogni umano agire, negano il male ontologico, insito nelle cose stesse.  Si potrebbe dire che Nietzsche legge in Spinoza un suo antecedente in quanto maestro del sospetto, impegnato a distruggere i falsi idoli della nostra tradizione di pensiero. In realtà, nella mia ricerca, intendo evidenziare che i punti di contatto sono ben più numerosi, alcuni non considerati affatto da Nietzsche che spesso condanna in Spinoza un atteggiamento ascetico, un razionalismo esangue che in realtà non c’è. D’altra parte come ha recentemente mostrato lo studioso Maurizio Scandella, Nietzsche non lesse di prima mano Spinoza ma si affidò alla lettura offerta da Kuno Fischer nella sua storia della filosofia di impostazione hegeliana. Nel mio lavoro mi interessa in primo luogo la comune lettura “energetica” della realtà: per entrambi l’essenza di ogni ente è potenza. La formazione dell’umano è letta da entrambi come pieno dispiegamento dell’essenza/potenza che definisce ognuno di noi e che richiede un percorso singolare: entrambi contrastano l’idea di una formazione dell’uomo mirante all’utile da conseguire il più velocemente possibile e fondata su modelli universali pre-costituiti. Infine entrambi vogliono combattere i moralisti, i maestri che giudicano e condannano in nome di passioni tristi (disprezzo per l’uomo, odio, risentimento…) al fine di una vita che sia davvero liberata e finalmente umana.

 

A.M.: Poco più avanti troviamo “[…] l’aggettivo «duplice» si presta a due letture: in primo luogo dice l’innaturale naturalità di cui l’uomo è affetto in quanto animale che crea per natura l’artificio, che contravviene alla natura modificandola. Dunque, non ha senso, per Nietzsche, il motto stoico «vivere secondo natura» poiché la vita umana è ‘innaturale’, ossia è natura che si fa sforzo, artificio, tentativo di dar forma e stile alla forza”. Che cosa ci fa pensare che l’artificio − la possibilità di intervenire sulle “cose” − non sia esso stesso dato dalla Natura essendo una nostra capacità “innata”?

Cristina Zaltieri: Hai colto perfettamente il senso di ciò che chiamo “naturale innaturalità” dell’uomo: è la nostra natura quella di essere innaturali, ossia di produrre tecnicamente continue protesi del nostro corpo, dal bastone acuminato con cui ai primordi del tempo umano il primitivo suppliva alla scarsa forza delle sue mani per uccidere l’animale, fino al computer, protesi della nostra mente, della nostra memoria. Questo carattere dell’uomo era perfettamente colto ben prima di Nietzsche, dal sofista Protagora come testimonia il mito a lui attribuito e narrato nel dialogo di Platone, il Protagora. In tale mito Epimeteo è incaricato dagli dei di distribuire i doni divini a tutti gli esseri viventi. Egli li esaurisce tutti (denti aguzzi, artigli, zampe veloci…) attribuendoli agli animali e, quando giunge all’uomo, non ha più doni da offrirgli. L’essere umano avrebbe dovuto soccombere nella lotta per la vita se non fosse intervenuto il titano amico dell’uomo, Prometeo, che ruba a Efesto il fuoco e lo dona all’uomo insieme all’entechne sophia, alla tecnica. Protagora nullifica, migliaia di anni fa, tutte le lamentazioni, ancora inutilmente presenti, sulla tecnica che snatura l’uomo. In verità la tecnica, l’artificio, anche quello educativo, è la nostra innaturale natura.

 

A.M.: Che cos’è la Bildung e perché “entrambi i filosofi condividono un progetto di Bildung che resta isolato nel contesto di una modernità protesa a formare nel modo meno dispendioso e più veloce individui utili e docili alle richieste dello Stato e del mercato; entrambi avvertono il pericolo della cattiva educazione che vedono in tal senso agire nelle diverse società a cui appartengono.”?

Cristina Zaltieri: Uso il termine tedesco Bildung perché è equivalente a ciò che i greci chiamavano paideia e perché è utilizzato con grande profondità teoretica da Goethe che è il vero tramite tra Spinoza e Nietzsche. Goethe era spinoziano, si potrebbe dire non per scuola, ma per natura di pensiero e Nietzsche, amandolo e facendo propria gran parte della sua riflessione, si è nutrito di pensiero spinoziano ben oltre il suo cosciente e tardivo entusiasmo per Spinoza di cui ho prima parlato. Bildung, ci spiega Goethe, è termine legato a Bild, che è forma mobile, non fissa come invece in tedesco è Gestalt. Dunque Bildung dice una formazione dell’umano che non è legato a un modello universale e stereotipato e che si addice perfettamente a ciò che intendono sia Spinoza che Nietzsche quando riflettono su tale tema. Spinoza nell’Etica si scaglia contro i cattivi maestri che invece che firmare l’animo dei discenti, frangono, distruggono la loro singolarità. Ancor oggi questo monito severo contro l’omologazione nell’educazione (che è appunto la distruzione della singolarità) deve farci pensare. Nietzsche è sconcertato, da parte sua, degli esiti nefasti che egli legge all’esordio dell’educazione di massa e che consistono nel ridurre l’uomo a moneta corrente, ossia a merce il più presto possibile pronta ad essere utilizzato nel mercato. I veri maestri non sono coloro che ci abbandonano all’istinto del gregge (presente per pigrizia, per inerzia, in ognuno di noi), ma sono coloro che ci indicano la nostra vera natura, che ci aiutano a dispiegarla appieno. Lo scopo di ogni educazione autentica è proteggere quel nucleo ineducabile che è la nostra propria singolarità. Si tratta di riflessioni che sembrano purtroppo poco o per niente frequentate dalle nostre istituzioni scolastiche.

 

A.M.: θαυμάζω. Thaumàzein. Nel Teeteto, Platone indica nel pathos della meraviglia il principio primo. Aristotele parte dall’idea che la meraviglia possa far stimolare alla ricerca delle cause ultime. Contrari Nietzsche e Spinoza. Ma trasportiamo questa diatriba ai nostri giorni e consideriamo quanto la psiche umana sia confusa da orari da rispettare, notizie che si accavallano ed alle quale non si riesce a trovar il tempo per creare connessione. Il mondo virtuale che ha modificato l’attività giornaliera del mondo fisico per un’esaltazione della maschera o dell’Io. In questa insicurezza del vivere è possibile che la meraviglia di veder il tramonto od il sorgere del sole senza il bisogno di scattare una fotografia da inserire su un profilo social, possa portar la capacità di interrogarsi? L’uomo riesce ancora a chiedersi: ma perché avviene? Se la meraviglia può portare nuovamente il dubbio a quel punto ci può essere l’ascesa alla pace, al bene, al silenzio?

Cristina Zaltieri: Per quanto concerne la lettura che Spinoza offre della meraviglia rimando al bel saggio di Nicola Marcucci contenuto nel libro. Ricordo solo che per Spinoza l’admiratio è il nostro atteggiamento mentale di fronte a ciò che non colleghiamo a nulla di già esperito, di fronte all’insolito, o meglio, a ciò che pensiamo, immaginiamo, lo sia. Per questo non ha valenza conoscitiva, ci fa sospendere qualsiasi connessione e relazione e ha il potere di ingigantire le passioni che accompagnano l’emergere dell’insolito. Nietzsche poi propende per concepire l’inizio del pensiero piuttosto che dal tradizionale thaumàzein, da un trauma, da una ferita che richiede il pensiero come farmaco, come rimedio. Quanto alla meraviglia che tu identifichi piuttosto con la contemplazione, con il raccoglimento, con il tempo del pensiero, mi trovi del tutto in sintonia con la tua preoccupazione: è triste e disumano che le nostre vite non trovino più modo di ospitare un po’ di vuoto, di silenzio, di tempo da perdere che poi è quello che nutre il nostro pensiero critico e la nostra creatività.

 

A.M.: Ci sono in programma presentazioni di “Spinoza e la storia”?

Cristina Zaltieri: La prima presentazione di Spinoza e la storia è prevista in Università degli studi di Milano lunedì 24 giugno e vedrà alcuni autori dei saggi contenuti, Vittorio Morfino, Riccardo Caporali, Stefano Visentin, i curatori del libro, Nicola Marcucci ed io, discuterne con Roberto Diodato e Giorgio Mayer Gatti sotto la presidenza di Gianfranco Mormino. Sarà una buona occasione d’incontro tra spinoziani sulla questione della storia.

 

A.M.: Puoi darci un’anticipazione? Stai lavorando ad un nuovo saggio?

Cristina Zaltieri: Sono impegnata nella scrittura di un testo collettaneo che, a cinquanta anni dalla pubblicazione di Differenza e ripetizione, capolavoro giovanile di Gilles Deleuze, si interroga sull’attualità dell’opera.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Cristina Zaltieri: Direi che dobbiamo concludere con Spinoza, con le ultime parole con cui egli chiude la sua Etica:

“[…] la via che ho mostrato condurre a questo [la vera tranquillità dell’animo] pur se appare molto difficile, può tuttavia essere trovata. E d’altra parte deve essere difficile, ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere, infatti, che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse essere trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare.”

 

A.M.: Cristina ti ringrazio per questa interessante chiacchierata. Seguo il tuo esempio e saluto anche io con una citazione dell’Etica, dalla parte terza “Essenza ed origine delle emozioni” (Laterza, 2009): “Di quanti hanno scritto sulle emozioni e sulla maniera di vivere degli uomini, i più sembrano trattarne, non già come di cose naturali, conformi alle leggi comuni della natura, bensì come di cose estranee ad essa. Anzi, sembrano concepire l’uomo, nella natura, alla stregua d’un impero all’interno d’un altro impero; credendo che, anziché seguire l’ordine della natura, lo perturbi, poiché avrebbe un potere assoluto sulle proprie azioni, come non determinato da altro che da se stesso.

 

Written by Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Negretto Editore

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Fonte

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Intervista di Alessia Mocci alla Fondazione Darcy Ribeiro per l’uscita della nuova traduzione italiana di Utopia Selvaggia Tue, 11 Jun 2019 19:52:48 +0200 http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/567725.html http://zend.comunicati.net/comunicati/arte/letteratura/567725.html Alessia Mocci Alessia Mocci

 

 

 

 

 

 

 

 

Per Darcy, la sopravvivenza degli indios risiede nella loro apparente incapacità di essere decomposta ed annullata nella società nazionale. Qualunque siano le condizioni che affrontano, gli indios, anche se profondamente mescolati con neri e bianchi, rimangono indios e si dichiarano indios.– Fondazione Darcy Ribeiro

 

Il primo maggio in tutte le librerie fisiche ed online è uscito il romanzo “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” del famoso sociologo, antropologo, scrittore, educatore ed uomo politico brasiliano Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997), pubblicato nella collana “Il Pasto Nudo, assaggi di antropologia” curata da Giancorrado Barozzi per la casa editrice mantovana Negretto Editore con la nuova traduzione ad opera di Katia Zornetta.

La scelta da parte della casa editrice Negretto Editore in dialogo e collaborazione con Fundar (Fundação Darcy Ribeiro), con sede a Rio de Janeiro, offre un contributo importante all’attuale dibattito sui temi di identità e diversità presenti non solo nel nostro paese ma anche in tutta Europa.

La cosiddetta “crisi migratoria”, che da una decina d’anni si è palesata sulle coste del Mar Mediterraneo e sui confini della Turchia, è una problematica che ancora non ha risposte convincenti e che pian piano si allontana, per la grande paura del disuguale sempre più presente nel popolo europeo, dal concetto di mutuo appoggio tra popolazioni e culture diverse.

Per addentrarci nell’argomento si è deciso di intervistare le tre donne di rilievo della Fondazione Darcy Ribeiro: Haydée Coelho, Lúcia Velloso e Elizabeth Brêa, ricercatrici e docenti universitarie, che operano in diverse aree della letteratura dell’educazione e dell’antropologia.

 

A.M.: Nel gennaio del 1996, un anno prima della morte, Darcy Ribeiro istituisce la Fondazione Darcy Ribeiro con sede a Copacabana con l’obiettivo di mantenere in vita il suo progetto di comprensione ed integrazione della variegata moltitudine brasiliana. Da quell’anno ad oggi cosa avete fatto per portare avanti il lavoro di Ribeiro?

Fondazione Darcy Ribeiro: A questa intervista hanno risposto tre consigliere della Fondazione Darcy Ribeiro, tre donne − Haydée Coelho, Lúcia Velloso e Elizabeth Brêa −, ricercatrici e docenti universitarie, che operano in diverse aree della letteratura dell’educazione e dell’antropologia. Due di noi, che attualmente partecipano al Comitato esecutivo della Fondazione, hanno lavorato con Darcy Ribeiro, negli anni ‘80 e ‘90, quando era vicegovernatore dello stato di Rio de Janeiro, sviluppando, tra le altre "costruzioni" [fazimentos], il più grande programma di educazione a tempo pieno che il Brasile abbia vissuto. La terza consigliera si avvicina alla Fondazione grazie alla sua brillante ricerca nel campo della letteratura, che accompagna il lavoro e la produzione di Darcy Ribeiro nel suo esilio, in diversi paesi dell'America Latina. Continuiamo, attraverso la Fondazione, a organizzare eventi e curare libri su Darcy Ribeiro ed i suoi ideali, per introdurre i giovani studenti universitari al pensiero di questo autore, attraverso il nostro lavoro nelle università e in altri uffici pubblici.

 

A.M.: Ribeiro racconta in “Utopia Selvaggia” la Guerra Guiana come una lotta del Brasile contro un nemico ignoto perché sia i guiani sia i venezuelani dell’Amazzonia hanno iniziato una resistenza pacifica. Che cosa vuole rappresentare Ribeiro con questa idea di collasso della guerra? Cos’è la guerra per Ribeiro?

Fondazione Darcy Ribeiro: Il riferimento alla guerra nel romanzo di Darcy Ribeiro è legato alle azioni "eseguite dall'esercito brasiliano a nord del Rio delle Amazzoni". Il primo tenente Gasparino Carvalhal, agente civile della SNI (National Information Service, creato durante la dittatura militare nel 1964), prese parte alla guerra. Dal punto di vista storico, si può dedurre che si trattasse di una forma di vigilanza da parte del regime militare, durante la Guerra Fredda, per impedire l'espansione del comunismo (Stéphane Granger). Per quanto riguarda il nome dell'ufficiale, come osservato, si tratta chiaramente di una parodia di Gaspar de Carvajal, il prete domenicano spagnolo che prese parte alla spedizione di Gonçalo Pizarro alla foce del Rio delle Amazzoni. Sempre sulla falsariga della parodia, il personaggio di Orelhão è un riferimento al conquistador Francisco de Orellana, il cui viaggio esplorativo è anch’esso associato alla scoperta del Rio delle Amazzoni.

In A fundação do Brasil (un libro curato da Darcy Ribeiro e Carlos de Araujo Moreira Neto): "la spedizione di Orellana è sempre stata importante per il piano geopolitico di occupare la regione amazzonica e tutto il Sud America (...)."

D'altra parte, le attività militari permettevano anche l'incontro tra il cosiddetto popolo civilizzato e gli indigeni, rappresentati dalle Amazzoni e dagli indios Galibi, del popolo Calibã. Poiché il libro fa riferimento a diversi periodi (il passato, il recente regalo dei brasiliani - degli anni '60 e '70) e si proietta verso il futuro, l'autore si avvale della dislocazione spaziale del personaggio, come membro dello staff militare, per menzionare il Brasile nel capitolo sulla conquista dell'America, che non è stato fatto solo dai portoghesi. Inoltre, il romanzo, in un modo dialogico, contiene una diversità testuale che colpisce profondamente i lettori. Qui si possono citare i testi relativi ai resoconti dei viaggiatori europei in Brasile; la tradizione letteraria europea che include, tra gli altri testi, La Tempesta, di William Shakespeare, attraverso le figure di Prospero e Caliban; le letture e le riletture del dramma dell'autore inglese, incluse versioni e interpretazioni che hanno prodotto importanti saggi di scrittori latinoamericani, come Ariel, di José Rodó e Calibán e altri, di Roberto Fernández Retamar.

La dimensione utopica del libro si impegna in un dialogo con la tradizione europea, attraverso la lettura di Sérgio Buarque de Holanda dell'Eldorado (Visão do Paraíso - Vista del Paradiso), attraverso l'antropofagia e l'utopia di Oswald, e si proietta sul presente/futuro politico che "è nelle mani sagge e computazionali di Prospero". Data la complessa cornice (di riferimenti a più letture e testi), si può affermare che la guerra di Darcy Ribeiro è una guerra di scrittura che implica un impegno verso una visione multipla e polifonica del mondo che non annulla l'impegno etico dello scrittore contro lo status quo.

 

A.M.: Ribeiro cita ‒ talvolta rimescolando i nomi ‒ missionari e storici che si addentrarono nel Sud America (Gaspar de Carvajal, Francisco de Orellana, Cristóbal de Acuña e CharlesMarie de La Condamine, Manuel de Nóbrega, Pero de Magalhães Gândavo, Luís Vaz de Camões). In che modo uomini come quelli citati hanno modificato gli usi e costumi degli indigeni?

Fondazione Darcy Ribeiro: L'espansione iberica ha scatenato uno dei più grandi processi di civiltà nella storia moderna, distruggendo migliaia di popoli, lingue e culture. Evangelizzazione, schiavitù, sottomissione forzata, decimazione da malattie sono aspetti di questo processo che si è verificato nel continente americano, ma con conseguenze diverse tra l’America del Nord e l’America portoghese. In Brasile, fu attuato un dominio sulle popolazioni indigene che è avanzato dalla costa atlantica mentre la conquista del territorio diventava effettiva. Lo scontro tra civiltà europea e indios a causa delle malattie sconosciute, delle guerre di sterminio, della cattura degli indigeni e dell'evangelizzazione etnocida portò all'estinzione di circa 4 milioni di indios nei primi due secoli di conquista. Negli anni '50 e '60, gli indios stavano per scomparire, vittime di malattie, violenza o acculturazione, processi di assimilazione o integrazione nella società nazionale. In tale contesto, Darcy Ribeiro ha sviluppato una concezione che cerca di spiegare perché l'indiano non è scomparso, al contrario, è tornato a una crescita demografica. È il concetto di trasfigurazione etnica, in cui

"un popolo già strutturato resiste tenacemente alla sua destrutturazione, ma lo fa appunto assumendo quei cambiamenti che ne consentono l'esistenza nel contesto in cui interagisce" − O povo brasileiro, 2013: 234

Per Darcy, la sopravvivenza degli indios risiede nella loro apparente incapacità di essere disfatta nella società nazionale. Qualunque siano le condizioni che affrontano, gli indios, anche se profondamente mescolati con neri e bianchi, rimangono indios e si dichiarano indios.

 

A.M.: “Utopia selvaggia” è una storia, è una favola ma in realtà è molto di più. Ribeiro interviene spesso come voce narrante per spiegare al lettore ciò che sta leggendo in quel momento e dunque ciò che accade al personaggio principale Pitum e ciò che pensa dell’incompreso passato del Brasile. Lo stile del libro si presta al teatro considerando la forza delle garbate intromissioni dell’autore. Si è mai portato in scena la fiaba o si è pensato di farne un film?

Fondazione Darcy Ribeiro: Il narratore ha diverse funzioni nel romanzo di Darcy Ribeiro: si rivolge al lettore; accompagna i personaggi e il loro movimento attraverso diversi spazi; diventa un saggista e fa da cronista dei vari periodi. Come tale, tra le altre risorse narrative, il narratore testimonia e registra attraverso la scrittura, in modo commovente, i dialoghi tra i personaggi civilizzati e i loro confronti, e le conversazioni tra Calibã − leader della tribù Galibi − e i rappresentanti degli uomini civilizzati. Il libro si chiude con un capitolo apoteotico intitolato "A caapinagem" ["celebrazione di Caapi"]. In esso, Darcy Ribeiro evoca Glauber Rocha: "Salve, salve Glauber. Benvenuto". In un'intervista, lo scrittore aveva già annunciato che "A caapinagem" era un capitolo concepito con l'intento di farlo adattare al cinema dal famoso regista brasiliano. Nelle Confessioni postume, lo scrittore brasiliano manifesta anche questo desiderio. Per i cineasti, un'immagine dice tutto. Indubbiamente, da questa prospettiva, Utopia Selvagem apre la possibilità di avvicinare il testo di Darcy Ribeiro alla luce della cinematografia e delle arti visive.

La relazione tra cinema e antropologia, per quanto riguarda Darcy Ribeiro, è attestata dalle produzioni filmiche che derivano dalla spedizione etnologica di Ribeiro a Urubus-Kaapor. Nella prefazione a Diários Índios, afferma che Heinz Foerthmann, quando lo accompagnò in occasione del suo primo viaggio, produsse un film "su un giorno nella vita di un popolo nativo nella foresta pluviale". Inoltre, nel 1975 il regista Gustavo Dahl ha prodotto il film "Uirá, um índio em busca de Deus", basato sul saggio "Uirá vai ao encontro de Maíra: come esperienze di um índio que saiu à procura de Deus", pubblicato originariamente nel periodico Anhembi (1957) e successivamente presentato nel libro Uirá sai à procura de Deus, sottotitolato Ensaios de Etnologia e Indigenismo.

 

A.M.: Ribeiro ragiona sul governo brasiliano per bocca di Pitum e racconta del progetto del maggiore Psiu sui media sul poter ristabilire in Brasile l’ordine in uno stato sempre più depravato dall’incesto, nazionalismo, xenofobia, pornografia. Quali sono state le lotte essenziali della sua vita come uomo politico?

Fondazione Darcy Ribeiro: Darcy Ribeiro, laureato in sociologia e antropologia, ha iniziato la sua vita professionale lavorando con il maresciallo Cândido Rondon, che ha definito il suo eroe. Rondon era un ingegnere militare e un "sertanista" brasiliano, famoso per il suo sostegno alle popolazioni indiane brasiliane. A quel tempo, Darcy Ribeiro fu assunto come naturalista, perché ancora non esisteva il ruolo di indigenista o etnologo nel Servizio di protezione degli indios. Gli anni in cui Darcy Ribeiro visse tra gli indios lasciò molti legati, tra i quali spicca la creazione, nel 1961, del Parco Indigeno Xingu, la prima e più grande riserva per i nativi del Brasile. La convivenza con gli indios e la sua militanza politica hanno segnato la sua formazione, osservabile nella sua vita professionale e pubblica, in particolare nell'educazione. Darcy Ribeiro fu educato per opera di Anísio Teixeira, che egli definì il suo filosofo dell'educazione. Le proposte di Anísio Teixeira per l'educazione sono state incorporate da Darcy Ribeiro e implementate in tutte le sue opere nel campo dell'istruzione. Anísio Teixeira ha presieduto l'Istituto nazionale di studi pedagogici (INEP) e ha consegnato a Darcy il coordinamento e l'attuazione dei centri regionali di ricerca educativa, collegati all'INEP. Insieme hanno creato l'Università di Brasilia, che ha trasformato la comprensione della vita universitaria in Brasile. Darcy Ribeiro fu il suo primo rettore, consegnando questa responsabilità ad Anísio Teixeira quando Darcy Ribeiro divenne Ministro della Pubblica Istruzione. Era a capo della Casa Civile, quando il colpo di stato militare prese il potere. In esilio, Darcy ha partecipato all'organizzazione di diverse università. Al suo ritorno, è stato eletto vicegovernatore, con Leonel Brizola, attuando il più grande programma di educazione integrale nel paese, così come molti altri "costruttori" [fazimentos], come soleva dire. Negli anni '90 fu eletto senatore e fu responsabile dell'approvazione delle linee guida e delle basi della legislazione nazionale sull'istruzione (legge 9394/96), tra gli altri progetti di legge della sua paternità. È morto 40 giorni dopo l'approvazione della legge sull'istruzione. Darcy Ribeiro ci ha lasciato il suo impegno per il Brasile, la sua incessante immaginazione e l'entusiasmo per ogni nuova idea intellettuale o iniziativa sociale.

 

A.M.: Indio fu una parola generica che Colombo diede agli abitanti dell’America ma sappiamo che non è mai esistito un prototipo di indio bensì un crogiolo di civiltà, popoli e gruppi umani generato da millenni di processi migratori ed adattamenti. Il Sud-America è diventato un emblema di mescolanza tra le popolazioni autoctone, gli invasori europei e coloro che arrivarono come schiavi dall’Africa. Il cosiddetto meticcio è tipico del “Nuovo Mondo” e mostra la grandezza della possibile integrazione. Ma com’è realmente vissuta ‒ visto e considerato che lo stesso Ribeiro volle preservare le popolazioni indios rimaste per non far l’errore di Stati come il Perù ed il Messico che con la “scusante” di libertà e parità di diritti hanno derubato le popolazioni della propria terra per una bottiglia di rum ‒ oggi la combinazione tra indigeno, europeo ed africano?

Fondazione Darcy Ribeiro: In As Américas ea civilização, un libro che affronta le questioni cruciali della storia americana, come il senso della colonizzazione, la rottura dell'impero spagnolo in una diversità di nazioni e le cause di disuguaglianza negli indicatori di sviluppo, Darcy Ribeiro modella tre tipi di popoli in America: popoli trapiantati, popoli testimoni e nuovi popoli che derivano dall'unione di bianchi, neri e indios nell'impresa coloniale, una situazione prevalente in Brasile. Nel prologo alla pubblicazione di Carta, Darcy Ribeiro scrive:

"Il popolo brasiliano fu costruito come una popolazione razziale mista, storicamente spezzato in due blocchi: le orde originate dai regni e dai loro figli creoli, poste in cima come una coorte dominante, gli indios scampati allo sterminio, delle foreste e dei negri portati dall'Africa, in opposizione a questi contingenti cresce l'altro blocco di persone neo-brasiliane, composto da una massa di meticci, mamelucos e mulatti, che si prendono cura della propria identità, costruendo nella propria innocenza il loro destino” Carta, n.9, 1993: 16

Secondo Darcy, noi, popolo brasiliano, siamo

"tardo latini, da oltreoceano, "amorenados" [dalla pelle scura] dalla fusione di gente bianca e nera, deculturati dalle tradizioni del loro quartier generale ancestrale, ma che ne portano con se alcune porzioni sopravvissute [di queste tradizioni, n.d.r] che ci aiutano a contrastare così tanto con i lusitanos." − O povo brasileiro, 2013: 117

Per Darcy Ribeiro, che fonde patrimonio genetico e culturale indiano, nero ed europeo, questa è l'avventura brasiliana.

 

A.M.: Qual è il punto di vista del neo eletto presidente Jair Messias Bolsonaro sulle popolazioni dell’Amazzonia?

Fondazione Darcy Ribeiro: Nonostante sia un militare e contando nel suo governo, su una forte partecipazione di membri delle forze militari, il presidente eletto rompe con il riconoscimento di una politica indigenista formulata dal maresciallo Cândido Mariano da Silva Rondon che, all'inizio del XX secolo, nel 1910, creò il Servizio di Protezione degli Indios [Serviço de Proteção aos Índios-SPI] e difese il riconoscimento dei popoli indigeni come nazioni autonome, con le quali era necessario stabilire relazioni di amicizia. Rondon ispirò Darcy Ribeiro che abbandonò la carriera accademica per diventare un etnologo presso la SPI, dove sviluppò importanti ricerche tra il Kadiwéu, Urubu-Kaapor, Guarani-Kaiwá, Kaingang e concepì il parco indigeno di Xingu. Contrariamente a questa visione umanista e al rispetto per il popolo indio, l'attuale presidente ha intrapreso iniziative deleterie per gli indios brasiliani. Ha diviso la National Indian Foundation [Fundação Nacional do Índio-FUNAI], un'organizzazione indigena che è succeduta allo SPI, tra due ministeri, delegando le azioni di identificazione e demarcazione dei territori indigeni al Ministero dell'Agricoltura, noto difensore degli interessi dei grandi proprietari terrieri, che, per la maggior parte, non riconoscono il diritto alle loro terre tradizionali per le popolazioni indigene, come stabilito dalla Costituzione brasiliana. Le recenti dichiarazioni del Presidente Jair Bolsonoro che considerano le terre indigene nelle aree di confine dell'Amazzonia un pericolo per la sovranità nazionale o che propongono la liberazione dell'attività mineraria in quei territori mettono a rischio il futuro delle popolazioni indigene e rivelano una chiara ignoranza della formazione storica del Brasile.

 

A.M.: Dagli anni ’70 ad oggi sono vari i libri di Darcy Ribeiro tradotti in italiano, come avete accolto il progetto di una nuova traduzione di Katia Zornetta della fiaba “Utopia selvaggia” per la Negretto Editore?

Fondazione Darcy Ribeiro: È preziosa la scelta di pubblicare questo libro in questo momento storico del Brasile. Questo romanzo fu scritto nel 1982 e fondò la sua pertinenza in due argomentazioni: la profonda credenza di Darcy Ribeiro in cui l'utopia è una forza trainante dell'umanità che illumina la traiettoria dai sogni alla loro realizzazione; e il presente sconcertante di questo racconto che registra la saudade di perdita dell'innocenza, attraverso i collegamenti tra passato e presente, che proiettano un futuro di speranza, fondato sulla costruzione di una cultura fondata sull'incrocio di varietà. Darcy ci ricorda che anche in tempi di grandi avversità, come quello attuale, ci possono essere delle compatibilità, anche se può sembrare troppo utopico.

 

A.M.: Salutateci con una citazione…

Fondazione Darcy Ribeiro: Considerando che l'opera Utopia Selvagem: saudades da inocência perdida: uma fábula si riferisce a vari intervalli di tempo − il periodo storico della conquista dell'America da parte di spagnoli e portoghesi, così come i decenni del 1960 e il 1970 (gli anni sotto la dittatura in Brasile) e il periodo della guerra fredda, trovo la riflessione sulla cultura presente in Os brasileiros: 1. Teoria do Brasil di estrema importanza. In questo senso, richiamo l'attenzione sul passaggio:

"In determinate condizioni catastrofiche − come sconfitte in guerre, ecatombe o conquiste − i mezzi attraverso i quali le culture si esprimono possono essere ridotti a livelli minimi. Tali vicissitudini a volte causano traumi così profondi a una cultura che la condannano alla scomparsa. Tuttavia, poiché ogni uomo è sempre essenzialmente un essere culturale, un detentore della tradizione che lo ha reso umano, la sua cultura sparirà solo se gli sarà impedito di trasmetterlo socialmente ai suoi discendenti. " Darcy Ribeiro, 1985, p.128

 

A.M.: Vi ringrazio per questa bella chiacchierata e per l'importante lavoro che svolgete con la Fondazione Darcy Ribeiro. Saluto con le parole di Antonio Gramsci: "Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri."

 

Written by Alessia Mocci

Traduzione in lingua italiana di Claudio Fadda

 

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

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Sito Fundação Darcy Ribeiro

https://www.fundar.org.br/

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/05/28/intervista-di-alessia-mocci-alla-fondazione-darcy-ribeiro-per-luscita-della-nuova-traduzione-italiana-di-utopia-selvaggia/

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